Dopo aver raccontato il fronte europeo della Seconda Guerra Mondiale nel film Salvate il soldato Ryan e nella miniserie Band of Brothers, al regista premio Oscar Steven Spielberg rimaneva ancora una cosa da fare: rendere omaggio anche ai soldati americani che combatterono sull’altro fronte, per certi versi ancora più difficile e ostile, quello del Pacifico. Lo ha finalmente fatto producendo assieme al suo vecchio amico Tom Hanks la nuova miniserie The Pacific (scopri lo Speciale), in onda a maggio su SKY Cinema. Leggi l’intervista

Cos’è che la affascina del periodo della Seconda Guerra Mondiale?
Quand’ero ragazzino mio padre, che combatté con il 490° Bomb Squadron nella campagna di Cina-Birmania-India, mi raccontava storie di guerra ed erano tutte prive di fascino. Parlava di patriottismo e di dovere. Parlava di tedio, tifoni, morale basso. Non il tipo di cose che a tuo avviso potrebbero diventare un buon film, un giorno. Ma… ci era passato e ha dato il suo contributo a quella che oggi chiamiamo la Greatest Generation.

Come mai ha deciso di creare una nuova miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale, dopo Band of Borthers?

Quando io e Tom Hanks abbiamo deciso di adattare Band of Brothers di Stephan Ambrose in una miniserie, mi ricordo di aver pensato che sarebbe stato fantastico rendere omaggio anche ai veterani del Pacifico. Mio padre e mio zio, che hanno entrambi combattuto nel Pacifico, la pensavano allo stesso modo, e dopo Salvate il soldato Ryan e Band of Brothers mi hanno chiesto: “E i ragazzi dall’altra parte dell’Atlantico? Stai celebrando tutti quei tizi europei! Anche noi abbiamo fatto qualcosa!”. Abbiamo anche ricevuto molte lettere dai vetrani di Peleliu, Pavuvu, Guadalcanal, Tarawa, Iwo Jima (consulta il glossario di The Pacific) che si congratulavano per questi progetti, ma ci chiedevano che fossero riconosciuti anche i loro, di sforzi.

È stato importante basare The Pacific su esperienze reali?
Volevamo che The Pacific si basasse su persone reali, eventi reali, storie reali. I nostri soldati hanno combattuto un nemico che aveva regole che non avevamo mai incontrato nella nostra storia militare. E se riuscivano a sopravvivere a questo, dovevano comunque affrontare la malaria, la febbre gialla e le difficoltà di trovarsi in un ambiente ostile.

Di che cosa parla, in sostanza, The Pacific?
Parla dell’animo umano. È la storia della corruzione dello spirito umano e della guerra privata che ognuno di questi soldati ha dovuto combattere per salvare se stesso da ciò in cui si è trovato coinvolto. Parla del loro sforzo per trovare qualche frammento residuo di umanità, dopo la fine della guerra, e di come siano riusciti a tornare in America e a ricominciare le loro vite.

In che modo i soldati giapponesi erano diversi da qualunque nemico gli americani si fossero trovati a combattere?

I giapponesi credevano fortemente nel Bushido, la morte piuttosto del disonore. Di solito, chi combatte in guerra combatte per sopravvivere. Ma i giapponesi avevano tattiche di combattimento diverse. I generali giapponesi inviavano ondate di soldati dritte contro i ranghi dei marine americani, senza curarsi delle ingenti perdite. Attaccavano le nostre linee senza preoccuparsi di sopravvivere. E per i nostri soldati era difficile combattere un simile tipo di battaglia.

Uno degli obbiettivi di The Pacific è di mostrare la realtà della guerra senza glorificarla?

In un certo senso ci siamo trattenuti, riguardo a quel che avremmo potuto mostrare, a quel che quei soldati hanno effettivamente affrontato. Ma The Pacific è comunque brutale e onesto. Ti arriva dritto in faccia… proprio come è successo a loro.