La principale differenza tra il film e la serie tv?
Sollima: "Il film era un libero adattamento, noi abbiamo raccontato l’intero romanzo. Abbiamo ampliato alcune parti mostrando momenti ed eventi che nel film erano solo accennati".
Placido: "Sono due operazioni completamente diverse, qui i personaggi minori, che nel romanzo di De Cataldo hanno grande fascino, vengono fuori di più. E da un punto di vista storico, sicuramente la serie tv è più esauriente".

La serie tv in qualche modo è più "estrema" della versione cinematografica, sia nei suoi aspetti più cupi e drammatici sia in quelli legati ai toni della commedia?
Sollima: "Raccontiamo la storia di ragazzi naïf, ingenui, un po’ stupidi, imbranati, anche se poi diventano dei gangster. E c’è di tutto: dramma, violenza, azione, forti passioni. Ma anche momenti lievi. Perché in realtà si esercita il crimine per star meglio e non peggio! Questi ragazzi hanno tutto quello che vogliono: soldi, belle auto, donne".
Placido: "La serie ha una sceneggiatura forte e molto bella che mostra il fascino del male, e noi siamo sempre portati a mostrare empatia per i personaggi cattivi. Flaiano diceva che le donne amano i mascalzoni. Il criminale, il gangster ha un senso di ribellione nei confronti della società che è lo stesso dei ragazzi giovani. Basta pensare a certi personaggi del cinema americano: Al Pacino con Scarface, o De Niro. Quando ho fatto l’Otello a teatro, il pubblico applaudiva di più Iago che il signor Placido che faceva il generale moro!".

Dove finisce la storia di questi antieroi e dove inizia il loro mito?
Placido: "È il libro che ha reso leggendaria la loro storia. Sono dei miti: pagano tutti, muoiono! Però all’epoca, quella banda era un fenomeno locale, sui giornali era la cronaca (nera) politica a balzare agli occhi: sto leggendo il libro del prefetto Serra (Poliziotto senza pistola, ndr) che parla della Roma proprio in quegli anni di piombo. I ragazzi della banda erano sì dei ribelli, ma anche molto meno intelligenti dei politici che li hanno manovrati".

Sollima: "Penso non ci sia nulla di male a provare empatia per dei ragazzi che sognano un riscatto sociale. Quando però i loro animi si incupiscono, tuo malgrado inizi a giudicarli e ad allontanarti pian piano, e credo sia molto interessante sociologicamente".

Come è stato costruito il cast?
Placido: "Questa è un’operazione giovane, in tutti i sensi: la serie conta su attori e sceneggiatori molto bravi e ancora poco noti che non faranno rimpiangere chi li ha preceduti. Sono le future star del cinema, come Rossi Stuart e Favino anni fa".
Sollima: "La serie arriva dopo soli tre anni dal film e nell’immaginario collettivo quei personaggi sono ancora ben impressi. Per questo ho dovuto ricostruirne i caratteri, cercando di renderli il più aderente possibile a quelli reali, e nel farlo sono stato aiutato dal fatto di non aver avuto vincoli di cast".

Qual è il ricordo più vivo della lavorazione della serie?
Placido: "La scelta di Patrizia perché è stato un piccolo miracolo: volevamo una prostituta elegante, per bene, dai piccoli seni come l’aveva immaginata De Cataldo. Mi sono ricordato di una ragazza vista mesi prima nei corridoi del Centro Sperimentale: stava parlando con il regista Franco Giraldi, io mi sono fermato a salutarlo e l’ho notata. Non ricordavo neanche il suo nome ma sono riuscito a ritrovarla".

Sollima: "Una cosa carina, legata alle riprese: ovunque girassimo la gente si avvicinava incuriosita e tutti iniziavano a raccontare, addirittura a suggerire, perché a Roma non è raro incontrare persone che affermano di aver avuto qualche legame con i ragazzi della banda. Una volta stavamo girando una scena con il Libanese e un signore ci ha apostrofati: "Ma perché il Libanese è sempre così cupo e imbronciato? Io l’ho conosciuto e non è vero:lui rideva sempre!".


L'intervista è stata pubblicata sul numero di novembre di SKYlife. Per riceverlo a casa registrati.