di Gabriele Acerbo (@gabace)



Fra tre settimane tutto il mondo ricomincerà a parlare di Twin Peaks. Da qualche mese siamo tutti sospesi nell'attesa del ritorno della serie cult, accompagnati solo da un'attenta campagna promozionale avara di immagini e ricca di mistero. Per certi versi questa attesa angosciante ricorda quella vissuta dagli spettatori italiani prima del debutto televisivo della serie firmata da David Lynch e Mark Frost. In realtà, quando fece il suo esordio alle 20.40 del 9 gennaio 1991 su Canale 5, “I segreti di Twin Peaks” (così fu ribattezzato da noi) negli Stati Uniti era già arrivato alla seconda stagione, però a casa nostra tutti o quasi ignoravano di cosa si trattasse. Eppure oltreoceano la critica aveva gridato al  capolavoro, l’Abc che lo stava trasmettendo laveva registrato, almeno inizialmente, record di ascolti (quasi 35 milioni per il pilot) e la serie si era conquistata 12 nomination ai Golden Globe.


Ma non c’è da stupirsi che nessuno avesse saputo nulla o visto neanche un fotogramma: nei preistorici anni ‘90 pirateria e file sharing erano realtà inimmaginabili, il massimo della tecnologia a disposizione era la registrazione in vhs e lo spoiler un concetto sconosciuto, tanto che si era diffusa la fantascientifica e irrealistica voce che era stato girato un finale diverso per ogni paese (ricordo vividamente di aver letto che in Spagna l’assassino di Laura Palmer si sarebbe rivelato Andy, l’assistente tonto dello sceriffo). Così il telespettatore italiano, completamente vergine e ignaro di cosa sarebbe apparso di lì a poco sui teleschermi, fu invaso da una serie di spot misteriosi, suggestivi, talvolta terrorizzanti: l’immagine cadaverica di una bella ragazza avvolta dalla plastica, gli alberi scossi dal vento, un corvo svolazzante al rallentatore su un cielo color oro.

 

Il primo promo in assoluto, su una colonna sonora ipnotica e ripetitiva che gli spettatori avrebbero imparato presto a riconoscere, paragonava Twin Peaks addirittura a un’altra  popolarissima serie che nel ’91 stava arrivando alla sua ultima stagione: “Puoi arrivarci anche da Dallas viaggiando a nord ovest verso il confine. Lontano, molto lontano c’è una piccola città. Ci sono uomini e donne in questa città.  La città ha un nome”. E poi, suadente, lo speaker Mario Silvestri scandiva lentamente: “Twin Peaks, Twin Peaks, Twin Peaks”.

 

 

 

 

 



Un altro spot si apriva con l’iconico volto blu di Laura Palmer con lo speaker cinefilo che inanellava i successi cinematografici di  David Lynch: “Ha diretto Elephant man, ha sognato Dune. Ha creato Velluto blu. Ha voluto Cuore selvaggio. Ha deciso di fare tv. Ha deciso di fare Twin Peaks. Il capolavoro televisivo degli anni ‘90. Ha tutto ma non assomiglia a niente”.

 

 

Partita la serie, gli spot scandivano gli appuntamenti più choccanti della stagione. C’era quello, geniale, che per comunicare l’arrivo della seconda serie lanciava il concorso “10 assassini per Laura Palmer”. O quello pauroso che, tra un urlo e un altro, annunciava un nuovo delitto: “Sapete mantenere un segreto? Chi ha ucciso Laura Palmer ucciderà ancora. Mercoledì 3 aprile a Twin Peaks il vero volto di chi ha ucciso Laura. Il vero nome di chi ha ucciso Laura. Sapete mantenere un segreto?”

 

Se il primo episodio di Twin Peaks incollò al piccolo schermo 12 milioni di spettatori fu anche merito di una campagna promozionale accuratamente confezionata che aveva coinvolto il teleutente in un’atmosfera magica, misteriosa e avvolgente