di Federico Chiarini

@FredChiarini

 

 

Ho avuto la fortuna di conoscere Fortunato Cerlino durante varie visite sul set di Gomorra - La serie. La prima volta che l’ho incontrato ero intimorito. Avevo commesso il più banale degli errori: confondere il personaggio con l’attore che lo interpreta (e in questo caso li separa una distanza siderale).

Negli ultimi anni gli ho fatto numerose interviste, tra cui un paio estenuanti in cui abbiamo sviscerato ogni dettaglio delle scene della seconda stagione. Ma mi erano rimaste ancora un paio di domande, un po’ più personali, che non gli avevo mai rivolto. Le condivido con voi.

 

Fortunato Cerlino, le ho fatto ore e ore di domande eppure, sembra impossibile, me ne manca ancora qualcuna…

Allora bisogna immediatamente provvedere.

 

Dove è cresciuto?

Fino all’età di 17 anni, più o meno, sono stato a Napoli. Sono cresciuto a Pianura fino all’83-’84, poi ci siamo spostati a Quarto (in provincia di Napoli). Poi mio padre si è spostato di nuovo e io ad un certo punto ho mollato la famiglia perché si spostavano troppo e me ne sono andato un po’ in giro per il mondo.

 

Ha girato quasi tutta la Campania, ma so che è molto legato anche alla Calabria...

Per un lungo periodo ho ritenuto la Calabria la mia terra d’adozione perché lì ho studiato in una scuola di teatro. Feci un provino con Alvaro Picccardi, che era il direttore di una scuola che si trovava a Palmi, in provincia di Reggio Calabria. In quell’anno decise di fare una classe di tutti brutti: voleva tutta gente brutta. Diceva: “Nel teatro italiano tutti si formano per fare i primi attori, io voglio degli attori caratteristi”. Quindi ci scelse innanzitutto per fattori estetici: eravamo veramente tutti brutti in quella classe, ma spero di non essermi piazzato solo per quel motivo! E da quella classe sono venuti fuori parecchi professionisti come Peppino Mazzotta e Francesco Saponaro. E’ stata una classe fortunata: quasi la metà di noi ha continuato a buoni livelli questo mestiere.

 

Dalla Calabria si ritrovò a Londra, ma non voleva più fare l’attore...

Fu un momento particolare del mio percorso artistico: ad un certo punto decisi di smettere di fare teatro. Non volevo più fare più spettacolo. Un giorno, durante la replica di uno spettacolo, alzai lo sguardo e vidi il pubblico. Sembra assurdo dirlo, però realizzai che fino a quel momento avevo lavorato di fronte ad uno specchio: una specie di stanza chiusa dove gli altri erano dei testimoni di qualcosa che accadeva a me. Anche se lo facevo con grande generosità, era un processo psicologico che non mi convinceva fino in fondo. Quindi decisi di smettere. Di partire. E come in in questo genere di storie partii di notte, senza una lira in tasca.

Un amico di mio padre mi chiese di accompagnarlo a Monaco. Si chiamava Agostino. Feci questo viaggio da Napoli a Monaco in macchina e arrivati al confine lui mi diede un centesimo di marco tedesco e mi disse: “Prendi questo che ti porterà fortuna”. Ed io quel centesimo l’ho sempre conservato. Da Monaco presi un treno di notte e attraversa la Manica. Sono successe tante cose a Londra, però in un qualche modo questo mestiere mi ha inseguito. Iniziai facendo il cameriere al Berkeley Hotel, poi mi trasferii da Harrods: al Terrace Bar del quarto piano. Un giorno, preso dalla nostalgia, me tornai in cucina con il vassoio pieno. Lo sbattei sul tavolo e cominciai a cantare a squarciagola ‘O Sole Mio. Tutti si fermarono, ma il capo chef mi disse: “Guarda che qui hanno sbattuto fuori gente per molto meno. Tu sei un pazzo!” Non feci in tempo ad uscire dalla cucina che, come in un film, si aprì l’ascensore da cui uscì il manager del food and beverage.

- “Mr. Cerlino?”

- “Yes”

- “Follow me”

Pensai fosse finita. Mi portò al ground floor, si fermò in mezzo alla folla e mi disse: “Ora canti!” Ed io cantai. Il pubblico mi applaudì ma il manager mi guardò serio: “Lo vuole un nuovo contratto? E un aumento di paga? Da oggi in poi lei lavorerà alla nuova pizzeria”. Ed io diventai “l’intrattenitore” di quella pizzeria frequentata da grandi personaggi e dove mi capitò di di cantare per Rod Stewart e Luciano Pavarotti.

 

Quell’esperienza “inglese” le ha poi permesso di lavorare su serie internazionali come Hannibal o con registi come Ron Howard per Inferno. Cosa prova un attore italiano quando lavora all’estero?

All’inizio mi tremavano le gambe per l’emozione. Sai quando immagini le cose molto più grandi di te? Poi quando cominci il tuo lavoro e ti trovi sul set con le battute, con il personaggio, allora ti senti a casa. Perchè sei dentro quello che vuoi fare, che sai fare. Quando mi trovai sul set il primo giorno cominciai con la prima battuta e tutto diventò a misura, mi sentii immediatamente dove dovevo essere.

 

Quando ha capito che voleva fare l’attore?

Il mio sogno da bambino era fare il cantante, in realtà ho studiato chimica all’Istituto Tecnico Industriale. Poi qualcuno mi parlò di un corso di teatro quando ero ancora alla scuola superiore e da lì partì tutto. Ma poi tutto si è bloccato. E poi ho scelto nuovamente quel mestiere successivamente, probabilmente quando ero a Londra.

 

Quanto teatro ha fatto prima di poter incontrare una cinepresa?

Tantissimo, e questa è stata la mia fortuna. Se un giorno dovessi vincere un premio importante a livello internazionale ringrazierò quella persona che è la somma di tutte le persone che ho incontrato, perché ci si porta dietro un pezzo di tutti quanti.

 

Ma lei è stato anche un maestro, so che ha fatto anche il dialogue coach...

Si, ho fatto il dialogue coach per vari attori italiani. Una, ed è cosa nota, è Valentina Lodovini: l’ho preparata per il film con cui ha vinto il David Di Donatello, Benvenuti al sud, e poi per il successivo Benvenuti al Nord. Mi piace molto formare altri attori, perché ho avuto la fortuna di incontrare maestri che mi hanno dato cose belle, che ancora scottano in tasca, e la mia sensazione è di dover restituire questa fiamma.

 

Si ricorda la sua prima volta al cinema?

Certo, la prima volta che sono andato al cinema ho visto Celebrità con Nino D’Angelo. Ah, quei film cantati! Ancora adesso mi piacerebbe fare un film così: dove le emozioni salgono talmente tanto che diventano canzoni.

 

E’ mai stato in carcere?

Certo, varie volte. Ma solo per accompagnarci i personaggi che ho interpretato.Nell’ultima circostanza con il film che abbiamo fatto con Fabio Venditti e Vinicio Marchioni che è Socialmente Pericolosi, dove abbiamo recitato anche con dei carcerati. E’stata un’esperienza molto molto forte. L’impatto con gli sguardi di questi persone, con la carica che hanno dentro ma anche con la rabbia di aver sbagliato (in alcuni casi, ma in altri no) è molto forte. Non vorrei essere frainteso, ma trovarsi di fronte ad una persona che ha commesso dei reati mi ha sempre commosso. Perchè mi commuovono le persone che sbagliano, tanto. Noi possiamo sbagliare, e lo dico con grande rispetto per le vittime perché ho incontrato anche assassini in carcere. Le persone vanno punite quando sbagliano, e vanno punite anche severamente, ma uno Stato civile deve essere sempre consapevole del fatto che sono sempre persone da recuperare, anche l’ultimo giorno, perchè altrimenti significa non credere più nell’essere umano.

 

Abbiamo scoperto che è stato intrattenitore, attore, docente, regista... Il suo prossimo progetto in che veste sarà?

Scrivo per il teatro ed ho messo in scena delle cose scritte da me. E sto incominciando ad incuriosirmi alla fase della scrittura per il cinema, con un pensiero anche alla direzione [ndr, dal 2 marzo sarà al cinema con Falchi di Toni D’Angelo, in cui interpreta un poliziotto].

 

Grazie, è stato un onore ed un privilegio conoscerla.

Ci rivedremo, tanto ormai sei come uno di famiglia!