di Marco Agustoni

 

 

In Westworld – Dove tutto è concesso, la serie tv di culto in onda su Sky Atlantic, la questione delle Intelligenze Artificiali è a dir poco fondamentale. Sin dal primo episodio è chiaro come i personaggi che popolano il parco dei divertimenti creato dal brillante dottor Robert Ford non siano solo “freddi ingranaggi”. Ma la domanda che sorge spontanea nel seguire le avventure di Dolores e degli altri automi di Westworld è: possiamo parlare di robot quando ci riferiamo a delle entità dotate di consapevolezza e di una vita interiore?

 

Può aiutarci a dirimere la questione Alan N. Shapiro, teorico dei media ed esperto di fantascienza (tra i suoi libri figura un’interessante saggio sulle tecnologie di Star Trek) incontrato durante una conferenza organizzata all’interno del progetto SWARM Hybrid Design Lab & Hackademy, che ha ampiamente affrontato la questione e ha una sua precisa idea in fatto di robot e androidi. Che non sono affatto la stessa cosa

 

Lei distingue tra robot e androidi: le va di partire dai primi?

Tanto per intenderci, i robot sono quelli immaginati da Isaac Asimov e che vediamo in film come A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg. Sono soltanto degli schiavi che creiamo per svolgere lavori pesanti e sgradevoli al posto nostro. 

 

Gli androidi, invece?

Gli androidi sono quelli immaginati da Philip K. Dick e che vediamo in film come Ex Machina: sono esseri senzienti in grado di provare emozioni.

 

La prima prospettiva, quella dei robot, appare piuttosto limitata…

Se ci accontentiamo di costruire dei robot, non impareremo mai niente su noi stessi, non progrediremo come specie. Si tratterebbe soltanto di un altro gruppo da dominare o da ghettizzare, come i neri, le donne, gli omosessuali. 

 

La soluzione?

Concentrarci sulla progettazione e realizzazione di androidi. Potremmo imparare moltissimo da questa vera e propria partnership emotiva che si svilupperebbe tra noi e loro e che sarebbe in grado di trasformarci in esseri diversi e più consapevoli.

 

Agli androidi andrebbero riconosciuti dei diritti simili a quelli riservati agli umani?

Penso di sì, sono convinto che il software debba avere dei diritti. Agli androidi andrebbe riconosciuto il loro particolare status di “oggetti dotati di soggettività”.

 

Pur assomigliando in maniera incredibile agli umani, anche nei loro processi interiori, rimarrebbero comunque qualcosa di diverso?

Certo, perché gli androidi non devono cercare di assomigliare il più possibile agli esseri umani. Devono avere una loro specificità. Un buon esempio è Data in Star Trek: non vuole essere un uomo, vuole essere riconosciuto come cyborg, con tutto il suo portato particolare.

 

In Westworld la prospettiva è piuttosto complicata: abbiamo delle persone che pensavano di avere costruito dei robot, e invece si sono trovati davanti degli androidi…

Esattamente, e penso che sia proprio questo che rende interessante la serie!