“Sai dove sei?”

“Sono in un sogno”

 

Quante volte viene ripetuto questo dialogo in Westworld, in onda ogni lunedì in esclusiva su Sky Atlantic? Tante, tantissime volte, e il motivo è presto detto: far credere agli androidi di trovarsi dentro un sogno è uno dei, ammettiamolo, pochi atti di cortesia a loro rivolti da parte di chi li gestisce. Credere di trovarsi in un sogno serve a non “farli impazzire”, come viene suggerito nei primi episodi. Credere di trovarsi in un sogno è meglio dell’incubo in cui vivono. Un incubo assolutamente reale, e, quel che è peggio, destinato a ripetersi all’infinito. Nell’interessante featurette rilasciata da HBO in occasione della messa in onda della serie, che trovate qui sotto, i produttori e alcuni membri del cast discutono di cosa significhi per loro la “questione dell’I.A.”:

 

 

Jonathan Nolan ci ricorda il fine ultimo degli androidi: soddisfare le fantasie dei visitatori, dalle più innocue alle più oscure e perverse. Lisa Joy lo dice chiaramente: nel parco a tema, i veri selvaggi sono gli ospiti! Nella serie li vediamo fare alle intelligenze artificiali cose che, si spera, non farebbero mai ad altri esseri umani, dando sfogo alla violenza che alberga in loro e che, per forza di cose, sono obbligati a tenere a bada nella vita di tutti i giorni. Una cosa che in fondo facciamo tutti, motivo per cui viene spontaneo chiedersi: io cosa farei se potessi passare un giorno a Westworld?

 

JJ Abrams, produttore esecutivo, parla del fatto che, paradossalmente, in Westworld lo spettatore è portato a empatizzare con quelle che, a tutti gli effetti, sono delle macchine. Che, a ben vedere, è un ribaltamento completo di prospettiva e di tema rispetto al film del 1973.

 

 

"Non puoi giocare a fare Dio se non hai conosciuto il Diavolo"

 

Torna poi a parlare Jonathan Nolan: “Eravamo affascinati da questo, dal momento in cui saremo in grado di creare degli esseri abbastanza evoluti da poterli usare a nostro piacimento, ma non abbastanza intelligenti da farci sentire in colpa nel caso in cui ci fosse bisogno di disattivarli”.

 

“Stiamo già vivendo in un mondo pieno di intelligenza artificiale, semplicemente non vediamo i robot come sono nella serie. Pensiamo si tratti solo di piccoli aspetti, di piccoli passi avanti, ma bisogna guardare il quadro generale”, continua Lisa Joy. James Marsden è decisamente apocalittico: “Ogni avanzamento nella tecnologia secondo me si porta dietro qualcosa di nascosto che non riusciamo a comprendere. Siamo troppo eccitati dalla novità, dalle potenzialità, non vogliamo pensare a quali potrebbero essere certe conseguenze”.

 

Per Nolan ormai, dopo anni e anni di dibattiti, domande, film e quant’altro, siamo un po’ immuni ai discorsi sulle intelligenze artificiali e su cosa comporterebbe veramente avere a che fare con esse, mentre Evan Rachel Wood (Dolores Abernathy nella serie) ci esprime la sua opinione: “Abbiamo un po’ tutti quest’immagine in mente, le intelligenze artificiali che si ribellano e prendono il controllo, ed è certamente una possibilità. Credo però che alla fine potrebbero rivelarsi migliori di noi, forse anche più pacifiche, ma il problema è che probabilmente replicherebbero solo ciò che conoscono, e nel caso specifico di Westworld vedono solo la parte peggiore degli esseri umani. Quindi come possiamo aspettarci altro da loro?”.

 

Infine Thandie Newton, “Se insegni a una persona ad avere a cuore gli altri, farà così, e allo stesso modo se tu insegni a una persona solo a odiare, quella odierà. Grazie a Westworld mi sono resa conto che l’umanità agisce in base a quello che conosce, il comportamento delle persone è strettamente legato a ciò che è stato loro insegnato, e se possiamo imparare a odiare, allora possiamo anche imparare a smettere di farlo”.

 

Inquietanti le ultime parole di Nolan: “Queste cose succedono molto velocemente. Dobbiamo iniziare a porci certe domande, perché tutto potrebbe accadere molto prima del previsto".