di Paolo Nizza

(Inviato a Roma)

 

 

Un’epifania celeste sovrasta la capitale. Dalla terrazza del" Giuda Ballerino" (uno dei Roof più belli d’Italia), Roma manifesta tutta la sua Grande Bellezza, abbarbicata a secoli di Storia. Pare il luogo cantato da Shelley: "Paradiso e sepolcro, città e solitudine al tempo stesso. E dove sui morti, la luce dei fiori illumina l’erba”.

 

A las cinco de la tarde, Paolo Sorrentino, distinto ed elegante in abito nero mélange, risponde gentile e preciso alle domande. Con un sigaro in mano, il regista si staglia sereno e ironico sullo sfondo della città di The Young Pope, in quella Roma che Lenny Belardo, ovvero Pio XIII, anelerebbe trasformare in una frazione di Città del Vaticano.

 

Sorrentino invita tutti a non soffermarsi solo su ciò che abbiamo nelle prime due puntate. La narrazione è molto più articolata e si sviluppa lungo tutti i dieci episodi. La provocazione gratuita, parimenti dell’acquiescenza supina, non abita in The Young Pope. Come dice nella serie il Cardinal Caltanissetta (interpretato da un grandissimo Toni Bertorelli) il problema non è tanto credere in Dio e domandarsi se esista o no, né ricevere risposta a un dilemma inestricabile, ciò che è veramente interessante, an­che nel dubbio, è la sua imprescindibile necessità.


Al pari di The Young Pope, molte serie americane raccontano il potere e ciò che si fa per ottenerlo e conservarlo. E' stato in qualche modo ispirato dalle fiction d’oltreoceano?

Sinceramente non guardo moltissime serie, non perché non mi piacciano, ma un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di tempo.  Ho amato True Detective, Fargo, Stranger Things e anche The Newsroom e House of Cards.


Quindi come è nato The Young Pope?

Io parto dal principio che è importante raccontare ciò che si ha voglia di raccontare. The Young Pope si preannunciava un lavoro lunghissimo. Perciò sia nella forma sia nel contenuto volevo affrontare un tema che mi piacesse e m’interessasse. Peraltro l’idea di raccontare il Vaticano è molto antica, risale a quando avevo 25, 26 anni. A quell’epoca il mondo delle serie non era così bello, popolare e diffuso. Allora non sapevo neanche se sarei diventato mai un regista di cinema. Però l’idea principale era la stessa. Se parli di un Papa, devi affrontare le dinamiche del potere. Non si può prescindere da questo. Il Papa è un capo di stato. Atipico, ma pur sempre un capo di stato.


E’ stato difficile girare per la prima volta una serie tv?

Sì nella misura in cui dieci ore di racconto sono tante. Per certi versi un film è più semplice da realizzare. Ho cercato, però, di mantenere in The Young Pope alcune caratteristiche tipiche del cinema. Le serie lavorano sulla dilatazione, e a voltel, anche in quelle più belle, la trama va troppo per le lunghe. Invece per me la bellezza del racconto per immagini sta nella sintesi, in quel momento apicale in cui un’immagine di un film dice tutto. Per esempio in Taxi Driver la sociopatia del personaggio è tutta nella sequenza in cui Rober DeNiro allo specchio pronuncia la battuta: “Ma dici a me?”. Quella scena ce la ricordiamo tutti.


Anche Lenny Belardo parla allo specchio

Sì, ma non si tratta di una citazione. La solitudine ti conduce sempre davanti a uno specchio. E una delle conseguenze dell’essere soli. E davanti a uno specchio finisci a fare cose che sembrano debitrici di Taxi Driver.


A proposito di scene, qual è stata la più difficile da girare?

Ce ne sono svariate. Quelle girate alla Cappella Sistina (ricostruita in studio N.d.R.) con il concistoro e l’elezione dei cardinali sono state molto complesse. Avevamo sul set alcuni esperti di liturgia vaticana per cercare di riprodurre i rituali in maniera verosimile. C’erano anche molte comparse, quasi tutte anziane, senza contare che Jude Law doveva sostenere discorsi molto lunghi.


Ci sono affinità fra The Young Pope e House of Card, tra Lenny Belardo e Frank Underwood?

Senza nulla togliere a House of Cards, che è una serie meravigliosa, direi di no. Forse i primi due episodi possono favorire l’idea di questa somiglianza. Ma nel proseguo della storia, The Young Pope prende altre strade, altre derive.

 

Che rapporto ha con la fede?

Ho studiato dai preti. Come Toni Bertorelli. Avevamo anche alcuni professori. Ma, a parte questa digressione, la questione è molte complessa. C’è una frase di Bertorelli nella serie che mi pare riassuma al meglio la questione: la domanda da porsi non è se dio esiste o no. La domanda da farsi è perché non si riesce a prescindere da Dio, sia che si neghi la sua esistenza, sia che la si affermi.E se si è deciso di realizzare una seconda stagione di The Young Pope e anche per trovare qualche ulteriore risposta.


Come verrà accolta la serie dai cattolici?

Non ne ho la più pallida idea. Posso solo dare un consiglio, poiché al momento io conosco tutti gli episodi e loro no: cercate di avere la pazienza di vederla tutta e di non di anticipare giudizi avventati.


Di cosa tratta sostanzialmente The Young Pope?

Direi di una delle molte contraddizioni che albergano in Vaticano. Il papa è un capo di stato e quindi deve elaborare delle strategie di potere come qualsiasi altro governante. Ma al tempo stesso è la guida spirituale di un miliardo di persone. Quindi deve far convivere in sé queste due anime. Ed è questo che abbiamo cercato di raccontare: l’enorme difficoltà di essere al tempo un Capo di Stato e il Vicario di Cristo in Terra.


Nella serie ci sono molti momenti divertenti.

Questo è l’unico modo che conosco per fare le cose. Ed è la stessa modalità che utilizzo quando giro un film. Se mi accorgo che sto prendendo una deriva lagnosa cerco di far ridere. A volte, lo so, risulto lagnoso comunque e non riesco a divertire. Insomma faccio dei tentativi!


Com’è stato dirigere Jude Law?

E’ un attore fantastico. Non aveva certo bisogno di dimostrare il suo talento. Sul set è stato assolutamente all’altezza della sua fama. Inoltre Jude è un uomo curioso, molto più di me. Senza contare che già il Vaticano è un mondo distante per noi che siamo italiani, figurati per un anglosassone. Comunque gli attori portano sempre qualcosa di sé nelle storie che interpretano. Registi e sceneggiatori imbastiscono una sorta di griglia molto larga che poi gli attori stringono costantemente con la loro intelligenza e il loro talento. Law poi possiede questa capacità di far convivere insieme il candore infantile e la spregiudicatezza di un uomo maturo. Perché gli attori intelligenti (e in The Young Pope lo sono tutti) sono a tutti gli effetti dei co-sceneggiatori, anche se non scrivono le battute o assegnano i ruoli.


Per la prima volta hai lavorato con Silvio Orlando

Con Silvio ci conosciamo da molti anni. Non solo siamo entrambi napoletani, ma abbiamo anche abitato a pochi metri di distanza. Abbiamo delle convergenze molto forti. E’ un uomo molto spiritoso e un attore bravissimo. Per The Young Pope ha fatto uno sforzo gigantesco. Non si è limitato a imparare le battute in inglese a memoria.


Qual è lo stile di The Young Pope e in generale del suo cinema?

Io cerco di stilizzare realtà cercando però di restare fedele alla realtà. Non sono d’accordo con chi mi definisce grottesco, dicendo che quello che filmo non esiste. Invece esiste tutto. Non mi allontano mai dal reale. Quello che faccio non è naturalistico, ma realistico.