di Roberto Recchioni

 

 

ATTENZIONE: LA RECENSIONE NON CONTIENE SPOILER sulla trama dei primi quattro episodi.

 

La principale qualità di Michael Crichton come scrittore era quella di saper intercettare le più interessanti teorie scientifiche e proiettarle in un contesto narrativo credibile.

 

Per capirsi: l’idea di recuperare il DNA dei dinosauri dal sangue delle zanzare rimaste intrappolate nell’ambra milioni di anni fa, non era farina del sacco di Crichton quanto di una (piuttosto discutibile) teoria scientifica molto popolare sul finire degli anni ’80. Il talento di Crichton fu quello di prendere questa teoria e immaginarsi quali sarebbero state le più probabili applicazioni (quelle commerciali, in special modo) se fosse stato possibile metterla in pratica.

 

Lo stesso processo Crichton lo aveva applicato alcuni anni prima, nel 1973 per essere precisi, facendo una intelligente speculazione sul possibile sviluppo delle intelligenze artificiali e della robotica, mescolando il tutto con la passione che gli americani stavano dimostrando in quegli anni per gli animatroni che popolavano i grandi parchi a tema della Disney. Uno scenario futuro, possibile e probabile, che prese la forma non di un romanzo ma di un film, che Crichton scrisse e diresse: Westworld (Il Mondo dei Robot qui in Italia).

 

La pellicola divenne un classico istantaneo della fantascienza, merito della splendida intuizione di Crichton ma anche della iconica interpretazione di un Yul Brynner chiamato a portare sullo schermo la figura di un pistolero robot che, anni dopo, avrebbe influenzato non poco un certo James Cameron e il suo Terminator.

 

Nel film dello scrittore americano si ipotizza la costruzione di un enorme parco a tema diviso in tre aree tematiche: il vecchio West, l’antica Roma e una corte inglese del medioevo. A popolare queste aree, oltre ai facoltosi clienti di carne e ossa, tutta una popolazione di androidi del tutto identici agli esseri umani e perfettamente calati nell’ambientazione. L’esperienza offerta da questo mondo dei robot è quella della totale libertà, slegata da qualsiasi condotta morale: nel parco si può essere lo sceriffo come il bandito, il cavaliere come il tagliagole, il senatore romano come lo schiavo. Si può scopare, torturare o uccidere chiunque si voglia ma ci può anche comportare bene, a volerlo. Ma, siamo sinceri, chi si comporterebbe bene in un mondo in cui nessun torto o misfatto ha una reale conseguenza? Inutile dire che, proprio come in Jurassic Park, a un certo punto le cose inizieranno ad andare male e scorrerà il sangue. Molto sangue.

 

Jonathan Nolan (fratello del regista e suo sceneggiatore di fiducia) e Lisa Joy, nel reinventare l’universo crichtoniano per la HBO, sono rimasti fedeli al presupposto iniziale, lasciandolo sostanzialmente inalterato, approfondimento però quelle tematiche che pur essendo già evidente nella pellicola originale, non erano pienamente esplicitate (in poche parole: tutti gli aspetti sessuali legati ad un mondo dove puoi disporre di chiunque, in qualsiasi maniera, che lei o lui lo vogliano o meno). Ma non si sono limitati a questo. Il più grande apporto originale dei due alla storia è nella figura del Dr. Robert Ford (interpretata da Anthony Hopkins), una sorta di John Hammond (il visionario creatore del Jurassic Park) meno romantico e più inquietante. È attraverso questo personaggio che i due sceneggiatori si interrogano (e spingono gli spettatori a interrogarsi) sul rapporto tra creatore e creazione e, in poche parole, sul ruolo di Dio. Altrettanto fondamentale nello sviluppo dei temi “nuovi” della storia è il personaggio di Evan Rachel Wood, a cui è affidato il ruolo di una “ragazza da saloon”, in realtà uno dei molto androidi presenti nel parco, che scopre che tutta la sua vita è un inganno e che lei non è altro che un simulacro di essere umano, costruita per soddisfare i bisogni di creatori gretti e violenti. Inutile dire che questa presa di coscienza porterà a una serie riflessione su cosa renda l’essere umano tale. E cosa no.

 

 

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