Di Paolo Nizza

(inviato a Venezia)

 

Paolo Sorrentino ha 46 anni e non ha certo la morte negli zigomi (per citare il Tony Pagoda del romanzo "Hanno tutti ragione."). Ma capisce lo stesso molto bene le cose. Molto casual chic in polo e jeans color navy, il regista Premio Oscar gioca con un orologio da polso tra le dita. Il tempo al cinema è sempre risicato, in televisione invece si può dilatare. In fondo è la parafrasi della battuta pronunciata dal Cardinale Aguirre nel secondo episodio di The Young Pope: "La vita è così breve che ho optato per l'eternità." Così, dopo Youth - La Giovinezza e prima del film su Berlusconi, Sorrentino ha scelto di girare una serie televisiva perché offre la possibilità di raccontare tanti personaggi, di prendersi delle licenze, di sposare la digressione, di sperimentare in assoluta libertà.

 

 

Già dai prime due episodi, visti e amati pressoché da tutti alla Mostra del Cinema di Venezia, The Young Pope dimostra di essere un prodotto unico, qualcosa che non somiglia a niente e a nessuno. Sorrentino al pari di Kubrick (non a caso citato nella serie) sa che "tutto ciò che può  essere pensato e scritto può essere filmato". E da Maestro quale è, firma un affresco complesso e perturbante. Sulle note dell'infinito e assordante silenzio di Dio, Sorrentino squarcia il velo di un mondo asfittico e claustrofobico. The Young Pope è la cartina di tornasole della nostra solitudine. "La solitudine che gli angeli non conoscono" scriveva Cechov.

 

 

Per girare le serie tv esistono delle regole, come le ha affrontate?

Non è stato molto difficile. Sono regole semplici e le ho seguite volentieri. La prima è che in televisione la narrazione deve avere un peso maggiore rispetto al cinema. E questo aspetto mi ha divertito. Per la prima volta ho dovuto esplorare un territorio da me poco frequentato. E poi c'è  la regola conosciuta da tutti: ogni episodio deve finire lasciando nello spettatore la curiosità e la voglia di scoprire cosa accadrà nella puntata successiva.

 


Perché ha scelto di raccontare il mondo che ruota intorno alla Chiesa Cattolica?

Volevo infrangere un tabù. Di solito il clero, le suore, i preti vengono raccontati o come santi o come farabutti assoluti. Io, invece, attraverso The Young Pope, ho cercato di raccontarli per quello che sono: esseri umani che devono continuamente rapportarsi con il Divino. In fondo il Vaticano è un mondo dove vivono e si muovono figure che si contraddicono. E io adoro la contraddizione. Certo, non sono persone che conducono una vita normale. Ma i preti, in qualche modo, somigliano a tutti noi che ci occupiamo di cinema. Gli appartenenti al Clero sono fuggiti dalla realtà perché ne avevano paura e si sono rifugiati nella Chiesa. Noi siamo scappati dalla realtà perché non ci piaceva e abbiamo incontrato il Cinema.

 


La figura di Papa Francesco ha influito in qualche modo in The Young Pope?

In verità non molto. Ho cercato di tenermi lontano dall'attualità. Quando sei impegnato in una produzione che è durata quasi due anni c'è il rischio che i diretti riferimenti alla realtà risultino presto obsoleti. Certo non ci sono riuscito del tutto. Se devi raccontare la Chiesa cattolica sei costretto ad affrontare anche un tema come quello della pedofilia.

 

 

E' rimasto affascinato dalla teatralità e dalla spettacolarità della liturgia Vaticana?

Sì. E' un aspetto assolutamente in sintonia con la mia idea di messa in scena. E' uno dei motivi che mi ha spinto a girare The Young Pope. Dio è il più grande personaggio della letteratura di tutti i tempi. Tutti lo conoscono anche se non hanno letto la Bibbia e il Vangelo. E il Vaticano è il luogo eletto per lo spettacolo della religione in stile Kolossal.

 


Il potere e la solitudine sono due aspetti molto presenti sia nella serie, sia nei suoi film. 

Sono molto affascinato dal meccanismo piscologico secondo il quale le persone molto desiderose di potere lo sono perché potrebbero avere delle grandi insicurezze e dei problemi di identità. Questa schizofrenia psichica è molto interessante da indagare. Senza contare che il potere ti costringe alla solitudine, che è un altro sentimento che mi piace raccontare. E il Vaticano, che è un luogo chiuso e limitato, è già il manifesto dell'isolamento. Un territorio compresso dove la solitudine si può quasi toccare con mano.

 


Perché un Papa americano?

Perché non c'è mai stato. Volevo un Papa lontano dai giochi del Conclave. Un pontefice che non conoscesse i meccanismi italiani e vaticani (che spesso coincidono). La mia idea era quindi quella di spiegare come funziona il Vaticano allo spettatore e anche al protagonista della serie. Infine ci sono alcuni aspetti conservatori della Chiesa americana che mi sono tornati utili per rappresentare un Papa non progressista.

 


Diane Keaton e Jude Law sono straordinari nei loro rispettivi ruoli. Come li ha scelti?

Diane Keaton è un'attrice formidabile. Un premio Oscar. Solo che secondo me ultimamente  ha fatto troppe commedie. Per me, e pure per lei, è stata una sfida. La sua paura iniziale nell'affrontare un personaggio come quello di Sister Mary ha contribuito a rendere la sua interpretazione eccezionale. Jude Law è perfetto nel ruolo di Lenny Belardo. Lo avevo visto in Era mio padre  di Sam Mendes, dove interpretava un sicario che fotografa i morti. In quel film ero rimasto folgorato dal suo modo di camminare che svelava il mondo interiore del personaggio. E poi c'erano tanti punti in comune tra Law e Papa Pio XIII: l'età, l'aspetto, il fisico, il carisma. Ma ho scelto Jude anche perché aveva molti pregi dal punto di vista umano e un carattere che mi piaceva. Sapevo che avrei dovuto convivere per sette mesi fianco a fianco con il protagonista di The Young Pope.