di Fabrizio Basso

Il rock in Italia sarebbe più povero senza i Negrita. Pau, Drigo e Mac fanno squadra da un quarto di secolo. Sempre in tour, sempre in movimento, riescono anche a scatenare il pogo, questo dimenticato, nei loro concerti nei club. Ci sono molte influenze anni Settanta nella loro musica, loro amano i Seventies. Come li amano Martin Scorsese e Mick Jagger, che li raccontano in Vinyl, in programmazione, nella sua versione in lingua italiana, ogni lunedì alle ore 21.10 su Sky Atlantic. Li abbiamo intervistati, partendo proprio dagli anni 70.

Un decennio saccheggiato?

Più che saccheggiato, un periodo che, per qualche motivo astrale, è speciale poiché affonda le radici in un periodo che va dal 1967, con, tra gli altri, l'album con la banana di Velvet Underground e The Jimi Hendrix Experience, fino al 1979, quando Jimi è mancato.
Quale era la marcia in più?
Nel mondo è stata inventata la musica più creativa a livello rock, chiunque fa musica oggi non può prescindere da quegli anni là. Sono nate una marea di band, centinaia di gruppi di artisti.
Prendiamo i chitarristi...
C’è l’imbarazzo della scelta: basta pensare a Jimi Hendrix. Poi John Lennon, Bob Dylan e Bob Marley. Tutti e tre hanno la caratteristica di quella stagione: ascolta e balla, pensando.
Più rivoluzionari i Beatles o i Rolling Stones?
I Beatles. Negli anni come Negrita ci siamo confrontati con Back in the USSR e Love me do. Forse gli ruberemmo All you nee is Love.
Intanto pubblicate 9 Live & Live, disco più dvd.
E' un progetto misto, una miscellanea di cose. Abbiamo fatto tutto quello che una band dovrebbe fare: palasport e un tour estivo, abbiamo raccolto tanto materiale e nel momento in cui abbiamo scelto di non fermarci e fare i club e tornare alle radici del nostro modo di intendere la musica abbiamo creato questa appendice all'album di inediti 9. In aggiunta c'è un docu-film uscito solo su Sky Arte: racconta la nostra avventura irlandese.
Col seguito che avete i club vi stanno un po' stretti.
Avevamo voglia di tornare dopo 12 anni di palazzetti nei club per rivivere gli inizi della nostra carriera. Nei palazzetti si fa lo show ma è nei club che la musica fermenta, nasce e si sviluppa.
Cosa cambia?
Ritroviamo il contatto con la nostra musica e anche con la gente, scherziamo tra noi tra un pezzo e l’altro. Il club ci concede possibilità di improvvisare. A volte tiriamo fuori pezzi poco noti, si può fare in piccoli club perché è una battaglia più che un concerto. Ci sono canzoni proprio scritte immaginandoci in un ambiente piccolo.
Il concerto è diviso in due parti, anche questo è originale per chi fa rock.
Nella prima parte c'è una forte connotazione funky, blues e rock’n’roll e la presenza di qualche b-side. Nella seconda suoni e colori diversi, più latino-americani e reggae. Chiudiamo gli ultimi venti minuti con pezzi forti.
Il vostro pubblico accorpa più generazioni.
Vedere la gente che poga ci emoziona: noi abbiamo una cultura musicale vasta e quella punk rock c’è sempre stata. E' pazzesco vedere tanti strati e fasce sociali, tra cui i ventenni che noi chiamiamo l'invasione degli ultra-corpi. Una differenza sostanziale è che nei palazzetti e negli stadi c’è una regia, nei club la regia è a braccio.
Siete forse la rock band italiana con più hit. O singoli come li chiamano ora.
Scrivere una hit è necessario se no finisci nel dimenticatoio ma è anche una sfida avvincente, beccare una hit è fondamentale. Difficile trovare la ricetta ma noi abbiamo imparato che se ne piazzi due o tre poi in un album puoi mettere quello che vuoi.
Insieme da 25 anni...avete fatto un bel pezzo di strada insieme.
Anche quando litighiamo ci ricordiamo che siamo amici. Pensare alla musica è pensare a noi e avere sempre qualcosa da fare. Questo è un lavoro che se ti riesce è il migliore del mondo, come fai a non frequentarti. Col tempo ognuno ha sviluppato il suo ego anche in maniera abbastanza forte però c’è anche una democrazia che lascia lo spazio a tutti. E c'è anche Fabrizio Barbacci, nostro storico produttore, nel ruolo di capitano non giocatore.
9 Live & Live è dedicato a Carlo Ubaldo Rossi.
Un chitarrista fa suonare la band, lui faceva suonare una orchestra. Lui ci portò per la prima volta a suonare fuori dall’Italia, a New Orleans nel 1996. Noi volevamo uno studio residenziale, dove poter lavorare, stare insieme dormire e lui lo trovò. Ci manca molto.
Ora che fate?
Siamo in tour fino al 9 di aprile. Poi ci fermiamo un po'. Non siamo dei ragazzini e questo spettacolo azzera le energie. Ma lascia una grande gioia. Anzi una gioia infinita.