di Camilla Sernagiotto

C’è chi fa il patto con il diavolo per suonare come Robert Johnson e chi lo fa per essere sempre bello à la Zoolander (bello bello in modo assurdo), come Dorian Gray. Ma anche il diavolo deve scendere a patti con la crisi e optare per i saldi. C’è così chi si becca il tre per due, portandosi a casa il dono di Robert Johnson e l’aspetto di Mr. Gray (stavolta non stiamo più parlando di Oscar Wilde ma di Cinquanta sfumature di grigio).


Federico Poggipollini è uno dei pochi che è riuscito a fregare così il Diavolo. E senza nemmeno dover vestire Prada. Sempre casual, con jeans e camicia da rocker, il chitarrista più famoso dello stivale esercita un fascino che pochi riescono a sprigionare. Sarà lo sguardo, sarà il sorriso, sarà la schiettezza di parole e modi, sempre sinceri ma mai sgarbati, fatto sta che Poggipollini è un marchio di fabbrica capace di mandare in visibilio le signore più di una borsa di Pollini.
E quando imbraccia la chitarra elettrica e affonda il piede sul pedale, i brividi lungo la schiena si propagano tanto quanto i suoi assoli. Pelle d’oca sia per gli intenditori, quelli che sanno apprezzare la sua scala misolidia con terza eccedente su accordi di nona e la sua vecchia scuola fatta di pentatoniche scevre di inutili virtuosismi, sia per le fan di cui sopra che si fermano alla scorza zoolanderiana del “bello bello in modo assurdo”.


Questo è il Federico Poggipollini che vedrete in Vinyl Talk, la miniserie in onda su Sky Atlantic Rocks!, Sky Atlantic e Sky Arte che sta seguendo passo dopo passo la Superband formata da punte di diamante della scena musicale nostrana.
Sergio Carnevale dei Bluvertigo, Marco Castellani de Le Vibrazioni, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, Andrea Mariano dei Negramaro, Gianluca De Rubertis de Il Genio, Alex Uhlmann dei Planet Funk, Roberto Dell'Era degli Afterhours, e tanti altri… all’appello non manca nessuno e questa classe di fuoriclasse del rock tricolore ve ne farà vedere delle belle. Ma soprattutto sentire delle belle.


Al centro di in ogni puntata non ci sono solo le prove di canzoni del repertorio musicale fatto di brani cult dei mitici seventies con cui il 14 febbraio i musicisti della superband si esibiranno durante un concerto-evento ai Magazzini Generali di Milano, ma ci sono anche i loro racconti di fronte alle telecamere, numerosi aneddoti riguardanti quel periodo, e alcune confessioni...per esempio  quali sono stati i primi dischi per cui hanno speso le paghette…e altro ancora!


Un viaggio a ritroso nel passato delle punte di diamante della nostra musica, aspettando la serie HBO Vinyl, in onda da lunedì 15 febbraio alle ore 3.00 e in replica alle 21.10, poi tutti i lunedì su Sky Atlantic HD con doppio episodio, il primo in versione doppiata, il secondo, nuovo, in versione originale sottotitolata.



Cosa si aspetta dalla serie HBO Vinyl?
Un racconto legato a un periodo storico con una certa tipologia di suono e di movimento. Una New York anni Settanta da sfondo ma anche da protagonista.

E da Vinyl Talk?
Mi piace che questa serie dia informazioni in maniera curiosa, attraverso aneddoti e racconti di tre, quattro, cinque persone che suonano assieme, tutti musicisti che arrivano da mondi diversi. Mi piace molto questa sinergia e apprezzo l’occasione che mi dà Vinyl Talk di entrare in diversi mondi musicali, sperimentarne i diversi stili.

Ha mai partecipato prima d’ora a un rockumentary?
Sì, ho partecipato ad altri documentari musicali. Legati sia a cose che ho suonato ma non solo. A volte sono stato interpellato per dire la mia, per raccontare la mia esperienza. Ho tanta passione per questo lavoro, vivo di questa passione.

Come le hanno proposto di partecipare?
È stato Sergio (Carnevale, batterista dei Bluvertigo e fondatore della Superband, ndr), colui che mi trova gli ingaggi. Diciamo che è il mio nuovo manager (ride, ndr). Scherzi a parte, suoniamo assieme da ormai dieci anni, da quel lontano 2005 in cui MTV ideò questa Superband formata ai tempi da quattro musicisti. Di quei quattro siamo rimasti io e Sergio. E contiamo di andare avanti ancora per molto perché siamo davvero appassionati.

Cosa ne pensa dei suoi colleghi che hanno preso parte al progetto assieme a lei?
Sono persone che stimo, hanno sempre qualcosa di interessante e profondo da esprimere. È bello scoprirli man mano. È come una partita a porte chiuse. Una volta dentro, ci si conosce, ci si scopre. E ci si diverte. Mi piace anche l’idea di fare cover, di suonare brani di altri generi, di altri stili rispetto al mio. Mi interessa sempre immedesimarmi in qualcosa di diverso, entrare in un’altra cosa, in un altro mondo. Tornando ai miei colleghi, sono tutti professionisti eccezionali. E il Garrincha (Marco Castellani, bassista de Le Vibrazioni, ndr) è un perfezionista.

Che aria si respirava sul set?
L’ottanta per cento delle persone che erano sul set sono amici quindi l’atmosfera era gioiosa, rilassata, meravigliosa. E la location ha reso tutto ancora più perfetto.

Che bagaglio si porterà a casa dopo questa ennesima esperienza che sta vivendo?
Un bello scambio, una interessante influenza e osmosi con professionisti della musica che stimo molto.

Prova ancora un po’ di ansia di prestazione prima di una performance?
Certo, ho questa fortuna (ride, ndr). È importante per me avere sempre un po’ di tensione perché è ciò che ti fa dare del tuo meglio man mano che l’aspettativa di chi ti sta di fronte si alza sempre di più. Maggiori sono le responsabilità verso il tuo pubblico, maggiore dev’essere l’ansia che ti spinge a dare il massimo.

C’è qualche aneddoto divertente accaduto nel backstage tra una ripresa e l’altra che ci può raccontare?
Quando abbiamo iniziato le videointerviste fingevamo di mettere su i dischi di cui stavamo parlando. A un certo punto ci siamo fermati, ci siamo guardati e abbiamo detto: “Dobbiamo andare a comprare i dischi”. Siamo andati a comprare i vinili perché non potevamo in questo caso fingere di averli lì con noi. Era importante averceli proprio fisicamente. E in vinile, non in CD.

Quali sono i suoi miti musicali americani di quegli anni Settanta che fanno da sfondo alla serie HBO Vinyl?
Patti Smith, Iggy Pop e i Ramones. Se posso dirne qualcuno anche non prettamente americano ma di quegli anni, i Rolling Stones e Jimi Hendrix, che era americano ma ha avuto successo a Londra.

Qualche nome italiano, invece?
Ivan Graziani, i New Trolls e gli Area.

Cosa ne pensa della scena musicale italiana di oggi?
Frequento molte sale prove e la mia città (Bologna, ndr) è molto viva, piena di band di ragazzini che suonano anche molto bene. La cosa che ho notato è che queste nuove generazioni ripercorrono un periodo storico ed è una cosa che apprezzo molto perché credo che sia importante conoscere anche la storia. Le piccole band rifanno quel percorso.

Quali sono i suoi prossimi progetti musicali?
È appena uscito il mio nuovo album da solista, Nero. L’ho registrato tra Bologna e San Francisco, abbiamo già fatto due singoli come video e uno per la radio. Ma sono un cantante e compositore che ama gli album all’antica, quelli da ascoltare per intero, non fatti solo di un paio di singoli mentre gli altri pezzi fanno solo da contorno. Di questo disco sono molto soddisfatto perché l’ho lasciato fermentare per parecchio tempo.

Ci dice tre motivi per non perdere nemmeno un secondo di Vinyl Talk?
Perché è suonato e cantato in maniera vera. È raccontato da persone che ne sanno. Vi faremo ascoltare classici della musica suonati con una sinergia davvero eccezionale.

Vinyl è prodotto da Martin Scorsese e Mick Jagger. Un’ipotetica serie made in Italy sulla scena musicale italiana anni Settanta chi potrebbe avere come produttore?
Luciano Ligabue, che inoltre è anche regista!

Quali sono le sue serie televisive preferite?
Breaking Bad, su tutte. Guardo sempre Sky Arte, mi piace da morire. Purtroppo spesso vengo spodestato dal divano dalle mie figlie, che si appropriano del telecomando.