Nel guardare agli episodi appena trascorsi, viene da chiedersi, parafrasando Carver: “ Di cosa parliamo quando parliamo della cura in psicoanalisi?”


In Treatment si presenta come un tentativo di mettere in scena, in rappresentazione, processi terapeutici quanto mai variegati. Le sedute di questa settimana sono affollate di personaggi. Non solo quelli evocati dalla narrativa dei pazienti, ma, in carne e ossa, genitori, figli, amanti si materializzano per dare corpo proprio a quel processo che si vorrebbe solo rappresentare nella sua più intima sostanza. D’altra parte, è un compito estremamente complesso rendere visibile quello che per definizione non lo è: la parte, la quota inconscia della persona, la possibilità che questa dimensione possa essere nominata, resa palese, assunta come propria dal paziente grazie al lavoro analitico.

 

Rendere visibile l’invisibile è un tema che si è sempre presentato vivo e problematico sin dagli esordi della psicoanalisi: Freud affermava come, suo malgrado, le storie cliniche si leggessero come novelle. E dunque oggi noi guardiamo alle sedute del dottor Mari con lo stesso rassegnato disincanto, oscillando tra la perplessità per il modo con il quale gli incontri si dispiegano e il plauso per l’acutezza degli sceneggiatori nel proporci le vicissitudini delle terapie: certamente significative, pur nella loro dimensione finzionale.

 

E’ stata una settimana impegnativa, quella di Mari appena trascorsa. E non potrebbe essere stato diverso, impegnati come sono stati, Mari, i suoi pazienti, il suo supervisore-analista Anna, ad elaborare non solo la morte del padre del terapeuta, e dunque la sua assenza, il suo smarrimento, ma la condizione di perdita, di “disaiuto”, di impotenza, che le diverse situazioni di disagio portano con sé.

 

Se c’è un fil rouge, tra le puntate di questa settimana, andrebbe trovato proprio nel tema della perdita. E’ centrale nella seduta con Irene: ha perso il bambino che, forse, aspettava. Ma non solo. Ha perso la certezza del paradigma che l’ha accompagnata per tutta la sua crescita: mio padre è stato buono e accudente con me, mia madre no. Per mia madre, non sono valsa la pena per cui gioire, uscire dalla depressione post-partum, tessere e intessere una relazione vitale e vitalizzante. Ora il paradigma si incrina, la paziente, forse per la prima volta, è confrontata con una versione diversa della storia, versione che la irrita e che vorrebbe rigettare, ma che nella seduta, attraverso il rilancio che ne fa Mari, prende consistenza e “verità”. Finalmente, sentiamo pronunciare da Mari parole che alludono al mondo interno della paziente, a un qualcosa di nuovo e vitale che può nascere e crescere dentro di lei.

 

Mattia. Viene schernito e deriso a scuola, scappa, riesce, autonomamente a raggiungere lo studio di Mari. Si profila l’idea che una condizione, quella del bambino conteso tra i due genitori, logori le capacità relazionali, pur esistenti, di Mattia. Non più bambino, non ancora adolescente, col suo aspetto disarmonico e scoordinato sul piano estetico e motorio, corrispettivo fenomenologico di un’altrettanta disarmonia dell’assetto psichico, Mattia è il campione di Mari, che forse è inconsciamente identificato con lui e con la sua difficoltà a districarsi tra due genitori in conflitto tra loro. La possibile partenza per Londra della madre, e dunque l’enigma irrisolvibile del destino di Mattia, diviso tra due diverse “lealtà”, riporta prepotentemente al centro della scena, e del dialogo analitico, la questione del distacco, della ineludibile separazione non solo del figlio dai genitori ma anche la complementare capacità degli stessi di farsi da parte, pur continuando ad essere presenti e supportivi.

 

Scrivevo prima dell’affollamento di personaggi nelle sedute: accade ad esempio che, nell’episodio di Guido di questa settimana, la figlia Lavinia si presenti assieme a lui nello studio di Mari: non più solo oggetto interno del padre, ma donna in carne ed ossa, donna che ama un’altra donna e che solo grazie alla mediazione del terapeuta riesce a “dire” di se stessa al padre. Ed anche qui, ascoltiamo Mari fare un commento sulle modalità di funzionamento di Guido che alludono alla capacità di elaborare la perdita, lo stimolo a fare di questo passaggio separativo un’occasione di ripartenza, la costruzione di una nuova organizzazione interna.

 

Tutto è accelerato, nella terapia con Elisa. Il contatto ravvicinato con una malattia che può avere esiti mortali, la crisi post-chemio, fanno precipitare il setting: Mari è spinto ad agire, chiama la madre della paziente, riesce però a tenere a bada la spinta a slegarsi che porterebbe Elisa ad interrompere la terapia con lui. Quello che appare con evidenza, in questo episodio, è la forza del legame transferale, la riedizione nel rapporto col terapeuta, delle prime modalità di relazioni amorose del paziente: Elisa, fin da piccola, ha appreso che la condizione di mostrarsi senza bisogni, era quella che le consentiva di avere più amore ed attenzione, da parte dei genitori, o almeno, per quello che sappiamo, da parte della madre. Così ripropone lo stesso modello nel rapporto con Mari, non sopporta che lui possa cogliere la dimensione bisognosa, fragile, infantile, la cui comparsa è stata generata dall’evento-malattia. Eppure, quasi a confermare le teorie attuali sul transfert, che ne sottolineano la valenza di “nuova esperienza”,  sembra proprio questa caratteristica accudente, riparativa, del terapeuta che permette ad Elisa di rimanere nella stanza, accogliendo con commossa sorpresa la riparazione del plastico, rotto qualche tempo prima.

 

L’incontro con Anna di questa settimana (difficile chiamarlo seduta, men che meno supervisione!) è movimentato  dalla sequenza  iniziale con Mara, vecchia e nuova fiamma di Mari. E’ l’ingresso di un nuovo paziente, un modo per mostrare Anna al lavoro, delineare le differenze tra i due approcci? Oppure si tratta di un escamotage narrativo, che ci consente di assistere a un movimento al di qua dello specchio: i due protagonisti della storia che raccontano i propri complementari punti di vista ad un terzo che li accoglie entrambi.

 

Di nuovo qui, l’affollamento dei personaggi allude a quella difficoltà, propria della serie televisiva, di poter rendere le sfaccettature del mondo interno dei pazienti, di dover invece ricorrere al concreto, visibile ingresso nella fiction di quegli oggetti d’amore della cui descrizione noi analisti fantastichiamo, “sogniamo”, assieme al paziente, nella seduta.

 

In questo frangente, Anna non sembra incline al sognare assieme a Giovanni: è tesa a sostenerlo, puntellarlo, in vista del passaggio istituzionale che lo aspetta (l’incontro con la commissione deontologica). Sempre attenta alle modalità difensive e resistenziali di Giovanni, gli propone un commento, che a me è apparso quanto mai ingenuo: “Il distacco da tuo padre ti ha reso più forte”. Di quale distacco parla Anna? Possibile pensare che la sola morte fisica di un genitore possa innescare una trasformazione così profonda? Eppure, poco dopo, nello scambio di battute finali, Anna conclude: “Ti sto chiedendo: tu, cosa vuoi?” restituendoci il senso di un processo che può  essere soggettivante, consentire al paziente di trovare dentro di sé le risposte e le risorse per le quali ci interroga e ci convoca.

 

“Di cosa parliamo, quando parliamo dell’amore?” è il vero titolo della raccolta di racconti di Carver evocata all’inizio. Amore e cura analitica hanno molti punti in comune: in  modo variegato e immaginifico In Treatment ce ne mostra i possibili intrecci.