Seguire le impronte lasciate dal dottor Mari sui suoi pazienti o le impronte dei pazienti su Mari? Sarà pur questione di metodo! O forse di opportunità, visto che la stagione inizia con un avvertimento che lo stropicciato Mari non può che raccogliere sulla soglia del suo nuovo studio, proprio da un giudice in carne ed ossa, che veste i panni di un padre che grida vendetta.


Giorno dopo giorno, i faccia a faccia rimangono la costante, malgrado più d’uno dei suoi pazienti in-treatment provi a inclinarsi sul divano, fino quasi a sdraiarsi. L’inconscio, pur sempre invisibile e insolente, sembra comunque vantarsi di una sua originale telegenicità, affidata ad attori in scena, che ci prendono gusto a stare nella parte. E Lui, Mari, che già conosciamo “impressionabile”, continua ad arrossire.


Interrogato sul Destino, Mari rimane “uomo di fede”. Il destino lo cerca proprio là “sul posto”, mentre a tratti inciampa emozionato in qualche parola da pronunciare, con la stessa disinvoltura con cui inciampa nei resti di eventi passati che a sorpresa gli si presentano davanti. Con ostinazione, ci invita a seguirlo anche quando noi, un po’ perplessi, lo vediamo imboccare pericolosamente vie che lo mantengono nel campo del visibile, o eleggere messianicamente, piccoli segni del reale avvistato, come infallibili segni anticipatori del futuro.


In ogni caso, fedele a una regia precisa, ci porta intuitivamente per mano per quei “campi” in cui è proprio vero che ciò che appartiene a me, appartiene pure agli altri. E’ così, infatti, che frugando in un cassettino, in un angolo dello studio poco illuminato, Mari “con-tatta” i poveri resti di suo padre che scopriremo essere morto: un orologio da polso, ormai fermo, degli occhiali da sole, una foto di un uomo che ora sì che gli somiglia, grazie proprio a quegli stessi occhiali scuri, appartenuti al padre, che Mari ha appena inforcato, come un bambino che non aspettava che quello. E proprio quell’orologio, durante tutta la seduta con Irene, terrà stretto in mano, gesticolando mestamente, e guarderà ogni tanto, come per trovarvi un tempo, quello fermo ed eternamente presente. A Irene che lo interroga e rimprovera di distrazione, sarà costretto a confessare quella morte.


E’ a partire dal padre morto, che in questa quinta settimana, Mari, attraverso un respiro che si accorderà diverso ad ogni paziente, inizierà a “vedere”, nel rivedere i suoi pazienti, dopo aver cancellato loro una seduta. Da terapeuta-padre che si è “assentato” ingiustificatamente, Mari meglio riuscirà a vedere il vuoto incolmabile di Mattia, figlio non visto dal padre Pietro; il panico di Guido, padre che nel perdere di vista la figlia bambina, in cambio di un’altra, adulta, estranea e per giunta lesbica, si sente perso (figlia che Mari, accetta di vedere, al posto del padre, che si assenta); la voragine profonda di Irene, che un padre operativo e iper-presente non può che tenere aperta; e a finire, lo scandaloso e inconfessato desiderio di una figlia, Elisa, che aspira almeno da morta, ad essere vista da un padre mai nominato. Tutti, Mari in testa, orfani di padre.


Ma dove sono finite le madri, così sempre pronte a offrirsi come utile pass-partout, a piegarsi alla teoria facile che le vuole causa, per dirla con Nanni Moretti, di un deficit di accudimento? Piuttosto, perché non smascherarle, proprio mentre sfilano, una dopo l’altra, attraverso quella messa in scena che vuole che ogni paziente agisca per conto della propria madre, con i cui panni si è vestito, la dolorosa e impietosa minaccia di abbandono e di rifiuto del figlio bambino? Non rimane, allora, che aiutare Mari a riconoscersi ogni volta come quel bambino sotto minaccia di quei suoi pazienti, identificati con le loro madri.

Ma proviamo, intanto, a fare un censimento, procedendo per classi. Partiamo da quella delle madri:
1)La madre di Mari tenta, lui ragazzino, il suicidio, prima che il padre (medico) lasci la famiglia per un’altra donna (una sua paziente).
2)Irene, che a dire suo si professa aspirante madre, è ferma al tempo dell’interruzione “voluta” (da altri) di una gravidanza pur (da lei) desiderata, che coincide con l’interruzione della stessa psicoterapia con Mari, che inspiegabilmente decide di inviarla a una sua collega. Della madre di Irene viene solo riferito che, incinta al settimo mese, fu presa da un malore improvviso (forse una minaccia di aborto), che causò l’allontanamento di Irene da casa, allora bambina, e il suo altrettanto inspiegabile trasferimento presso una zia. Pur a distanza di vent’anni, si crea la circostanza che mette Irene nella condizione di fare i conti con Mari, che viene, a sua insaputa e gioco forza, a ritrovarsi implicato e stordito spettatore, proprio “seduta stante”, dell’esecuzione, eccitante, di un test di gravidanza. Due lineette. Esito Positivo! Prima un giubilo. E poi ritorna il panico.
3)Lea, madre di Mattia, nonché moglie separata di Pietro, è una madre “in vacanza”, che ha bisogno di ricorrere a facili ricariche. Già alleggerita da un marito-bambino (Pietro), sente il sovrappeso di un figlio obeso e del fallimento della spettacolare coppia inizialmente realizzata con Pietro. Proprio di Lea rimarrà alla storia l’aborto in diretta televisiva sul divano, la cui traccia l’allora moglie di Mari cercò in tutti i modi di far sparire.
4)Di Guido, sapendo della perdita di un fratello in prima adolescenza, possiamo solo immaginare una madre persa in questo dolore. L’allontanamento dall’amatissima figlia, che era stata chiamata a colmare la mancanza di una madre “morta” internamente, fa rivivere tutto lo spaesamento e la sofferenza legata a un’assenza affettiva di questa madre, nonché quella per la morte del suo creato, che l’omosessualità della figlia, destinata forse a non procreare, riattiva. La fragilità, finalmente estrinsecata di Guido, ridà all’uomo un destino inatteso, che lo mette nella condizione di dare spazio al desiderio altrui (della figlia), e magari anche proprio, alla riparazione di quei danni che per essere riparati devono essere riconosciuti e vissuti come tali.
5)Della madre di Elisa direttamente nulla si sa. Ma siamo in qualche modo autorizzati a pensarla tutta assorbita dal figlio autistico. Una madre solo e soltanto di un altro figlio, a cui nulla si può chiedere, perché nulla è in grado di dare. “E' come in banca”, spiega Elisa, se preleviamo (o meglio se qualcun altro preleva), non ci rimane nulla. “C’è un limite al sostegno che uno può dare”, chiarisce Mari, quasi facendo suo questo convincimento chiaramente difensivo di Elisa.


Risultato: si può fare a meno delle madri. Così è successo anche a Isabella, amica di infanzia di Elisa, che ha perso la madre, quando era bambina, diventando sua maestra di vita. Isabella è la stessa che affronta Milo, che provocatoriamente in pubblico cantava tenendosi in mano il pisello: “due cose insieme non si possono fare, o canti, o ti tieni il pisello”. La dimensione passionale ed erotica verso la vita o l’attività autoerotica sembrano prefigurarsi per Elisa come le due possibili alternative, quella sanamente vitale o quella autistica, che abolisce qualsiasi relazione con l’altro, qualsiasi scambio.


Allora, Mari, malgrado tutto, è chiamato a diventare una madre specchio per Irene, una madre veramente capace di saziare Mattia, una madre attendibile per Guido, un “pozzo senza fine” per Elisa.
A ognuno il suo transfert. Al nostro Mari la capacità di reggerlo e di giocarsi il suo controtransfert.
Quello di Elisa non è di certo un transfert erotico: “Lei proprio non è il mio tipo…”. Forte è la corrente di tenerezza reciproca nella coppia Mari-Elisa. “Voglio che alla chemio mi ci porti lei”, rivolta a Mari: Elisa non fa capricci. Sta solo provando a chiedere braccia che la sorreggano. La sua vita è proprio come è scritto nel libro che sua madre, manco a dirlo, contemporaneamente alla diagnosi fatta, le ha dato in dono: “piena di vertigini e di angoscia”, tanto da “pensare di non esistere sin da bambini”… “Poi un giorno tutto ciò si trasforma in una depressione e la depressione magari in un tumore”. Elisa sogna. Di cadere nel vuoto. Di morire, o meglio, che qualcuno sta per ucciderla. Mari, che ha appena cambiato le lampadine fulminate nel suo studio, sente cosa Elisa gli sta veramente chiedendo. Ma poco illumina la richiesta più vera e profonda.


Se di venerdi alle 14.00, per il nostro Mari, intento a sparecchiare la tavola dopo un insolito pranzo di famiglia riunitasi intorno a lui per la circostanza luttuosa, una porta si chiude per sempre (la moglie gli nega la possibilità di un incontro e di una ripresa del rapporto), un’altra, ce ne è, che per fortuna gli rimane aperta: quella di Anna, che paziente e materna sa offrirgli l’abbraccio profondo di cui ha bisogno, che, per soli scopi tele-visivi, proprio alla fine della puntata, si trasforma in un abbraccio “reale”, di superficie, sia pur caldo e apparentemente appagante.


“Perché non sei venuta ai funerali di mio padre?” è l’accusa che Mari, ora lui, da paziente, può, nel nuovo gioco di parti invertite, rivolgere alla sua analista. E Anna che è, per definizione e per mestiere, quella che sa dire “cose giuste e appropriate”, rilegge a noi spettatori le parole sagge contenute nel telegramma che gli ha scritto in occasione della morte del padre. Mari insiste e ben le ricorda di quando però proprio Anna stessa gli avesse rimproverato di non essersi fatto vivo, in analoga circostanza, in occasione dei funerali del suo compagno Paolo. Un po’ per dire che in sofferenza, siamo tutti uguali. “Adesso siamo veramente pari”: Mari mette un punto. Anna sorride.


Lo sforzo di Anna a tenere il contatto tra la superficie e la profondità si accorda, infatti, problematicamente, con l’attenzione di Mari alla “profondità della superficie”: all’ascolto di ciò che emerge nell’immediato della relazione, dove si gioca la possibilità di un reale contatto tra sé e l’altro, che non si dà subito a una lettura “profonda”, ma chiede, per prima cosa, spazio per respirare. In fondo tra Anna e Mari si mette in scena il travaglio interno dell’analista (tra profondità del significato e legame emotivo vero, immediato), che non trova mai una composizione “felice”.


Nella seduta mista di supervisione e analisi, che fa incontrare due prospettive (che sono anche due livelli diversi di elaborazione) del lavoro analitico, la morte del padre rivela i limiti di una soluzione che lascia il dolore della donna (madre, figlia e moglie) inaccessibile. Il padre “muore” veramente nel momento della sua trasformazione da figura dell’imperfezione, garante del carattere libero, insaturo delle relazioni affettive e di desiderio, a figura forte, sicura di sé, genitore ideale e autosufficiente, in contrasto con la madre depressa e infelice. Questo padre adora la figlia, come suo sostegno e legittimazione e il figlio lo odia come traditore che l’ha lasciato alle prese con una madre perduta nella sua solitudine.


Visto invece nella vicinanza del legame affettivo questo padre mostra tutta la sua fragilità, la sua umana incompiutezza, che gli restituisce un ruolo reale sul piano delle relazione con la donna e con i figli. Guido, come il padre di Irene, orfano di una madre chiusa nella sua ferita, grazie al suo disturbo riapre la partita della vita. Esce dalla funzione di figlio messianico, con cui si era presentato alla propria figlia come salvatore tanto monolitico quanto alienato del proprio desiderio e del proprio posto nella vita. Il naufragio di Mattia, figlio trattenuto dalla madre come oggetto consolatorio, senza futuro personale, è il fanalino di coda di un analogo destino infausto: quello di redentore improbabile. Mattia non si rifugge nell’obesità perché si sente abbandonato, ma per non abbandonare la madre, restando incapsulato nel suo grembo. L’obesità mette in scena il fantasma di una gravidanza eterna, di un guscio vuoto, adatto a contenere misticamente tutte le meraviglie di un altro mondo, lontano da lutti.


Il padre “giudice”(che si sente abusivo nella profondità del suo cuore) attacca Mari, all’inizio della nuova stagione, pensando di recuperare, vendicandolo, il figlio “morto”, mai veramente posseduto, in quanto ostacolato da un lutto mai elaborato per la morte violenta del proprio padre, che egli stesso da figlio aveva denunciato a difesa della propria madre, come si è visto nella prima stagione. Il destino di una virilità violenta e suicida attraversa tre generazioni, condannando la relazione amorosa, il legame erotico con la vita, a un fallimento senza via d’uscita.


Mari, che, intanto, riconosce come sue la stessa vulnerabilità di Lea e la fragilità di Pietro, nonchè una comune orfanilità, cerca, nel ritrovare il padre, anche una nuova via d’accesso alla madre.
Le sedute con Anna sono certamente salutari per il nostro Mari. Come reagire alle perdite, come vivere il lutto, come gestire il dolore, curare le ferite, reggere i sensi di colpa: “…abbiamo ancora tempo? O è finita?” Anna non interpreta sul piano della realtà la domanda che Mari le rivolge, circa il tempo che sta per scadere della seduta. E così esercita Mari a scoprire che c’è un corrispettivo della superficie. In profondità. Il tempo della fine della seduta, infatti, è sempre un’interruzione, che tende a coincidere con un aborto, se c’è mancanza di un movimento, che solo il desiderio che sa del dolore può imprimere.