di Fabrizio Basso

Siamo all’origine del tutto. D’altra parte solo David Bowie poteva ricondurre un disco a una stella. Nera. Perché il titolo, come i messaggi, è iconografico. E’ vero che si pronuncia Blackstar ma potrebbe anche essere una stella muta. Forse perché anche lei viene da Marte. Come Ziggy Stardust. Anche qui una stella, seppur in polvere. E’ un firmamento il mondo musicale di Bowie. Il disco, che abbiamo ascoltato in anteprima, si apre proprio con Blackstar che è anche la canzone che accompagna i titoli di testa di The Last Panthers la serie drammatica di Sky Atlantic che sarà protagonista giovedì 24 di una maratona che inizia alle ore 14.10. Sono quasi dieci minuti di stordimento. Si parte da atmosfere dark per poi virare a un pop anni Settanta che richiama in alcuni suoi allunghi The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd e infine riconvergere su un rock elettronico. Chiude con una tromba jazz e una melodia psichedelica.

Elettronica, tromba, percussioni, stavolta il Duca Bianco si è divertito a miscelare più stili sotto la sua voce. Ricorda le immagini vorticose, frenetiche di Lost in Translation l’avvio di ‘Tis a Pity She Was a Whore. Un ritmo incalzante, a crescere, puri anni Settanta come non si sentivano da tempo e che ritroviamo puliti dall’elettronica nell’inizio di Lazarus, secondo singolo e unico brano dell’omonimo musical, sequel teatrale de L’uomo che cadde sulla terra, scritto dallo stesso Bowie con Enda Walsh. In Lazarus emergono tutti gli echi di The Fall and the Rise of Ziggy Stardust: più moderni, con la batteria di Mark Giuliana che furoreggia senza coprire nulla e con una voce, quella del Duca Bianco, che ipnotizza.

La quarta traccia è Sue (Or in a Season of Crime) e parte come la cavalcata del settimo cavalleggeri del generale Custer. Poi l’impeto scende ma non la tensione che ha un ritmo tribale avvolto dall’elettronica. Forse è il brano in cui le contaminazioni sono più definite. Si dice che durante le registrazioni Bowie ascoltasse, tra gli altri, Kendrick Lamar, i Boards of Canada, scozzesi signori dell’elettronica, e Death Grips, il nuovo sound californiano. L’intro di Girl Loves Me è quasi un talk, poi gonfia la voce e il titolo diventa un mantra, la canzone sembra una gara di tiro alla fune dove tutto si tende ma non si snatura e la tensione resta bellezza.

Mancano due canzoni, ma l’ascolto potrebbe anche chiudersi prima e resteremmo di fronte a un album che sarà uno spartiacque. E mentre si pensa a come Bowie ha cambiato la musica e la società dai primi anni Settanta in poi ecco Dollar Days che sembra un lento, un po’ Bee Gees nella prima parte, per poi ritrovare un ritmo sostenuto che si perde nella dolcezza del sassofono di Donny McCaslin. Nell’accarezzare le corde della chitarra di Ben “Jazz Guitar” Monder, nel ritmo del bassista Tim Lefebvre e del tastierista Jason Lindner. Un virtuoso tip tap rock introduce I Can’t Give Everything Away, brano finale che ancora una volta vola su una voce che nel precedente The Next Day si era un po’ smarrita. Insomma play it again, David!