“Che terapeuta è Giovanni Mari?” È uno psicoanalista della SPI, ma questo non basta a definirlo, oggi che le ortodossie di scuola sono superate e della psicoanalisi si parla al plurale; osservandolo con i pazienti e confrontandolo con Anna, l’esperta collega (terapeuta, supervisore e didatta) cui si é rivolto per affrontare la crisi personale e professionale che sta attraversando, proviamo a capire come interpreta il proprio ruolo.

 

Anna e Giovanni rappresentano due diverse generazioni di analisti e s’ispirano a due diversi modelli teorico-clinici. Anna é sempre imperturbabile, i suoi toni sono pacati, qualche volte monocordi: interpreta in modo esemplare il ruolo di analista neutrale; al contrario, il volto di Giovanni trasuda emozioni anche quando non le esprime a parole, cosa che, peraltro, fa spesso e volentieri. Non solo il suo corpo e la sua voce, anche l’ambiente in cui lavora parla di lui. Anna è un’analista classica freudiana che utilizza il paradigma pulsionale, Giovanni un analista relazionale in odore d’intersoggettivismo, la cui attenzione si rivolge soprattutto a ciò che avviene fra lui e il paziente.

 

Anna e Giovanni gestiscono in modo diverso le regole e le infrazioni del setting: quando lui le parla emozionato dell’incontro sul pianerottolo con Mara, la fidanzatina dell’adolescenza, Anna lo zittisce: “Non parlo dei miei pazienti”; quando Elisa chiede a Giovanni di telefonare all’ex-fidanzato, con cui ha interrotto la conversazione per via di un cellulare scarico, lui prima le chiede di parlargli di ciò che prova, poi le permette di telefonare.

 

Anna cerca di aiutare Giovanni riportandolo al passato, alle origini della sua rabbia e della sua onnipotenza salvifica; utilizza il sogno come via regia per l’inconscio, e scava nella memoria per riportarlo alla scena del trauma (il tentato suicidio della madre) e alle emozioni rimosse. Giovanni, invece, si concentra sulle relazioni attuali dei pazienti, dentro e fuori la stanza d’analisi, limitandosi a scarse incursione nel passato. Il suo setting é flessibile, a volte un po’ troppo.

 

Nel loro ultimo incontro la questione della responsabilità è stata oggetto di una vivace discussione, in cui Anna gli ha rammentato che non ha il diritto di sostituirsi ai suoi pazienti intervenendo in modo diretto nella loro vita. Il tema della responsabilità è molto presente nei pensieri di Mari: concretizzato dalle conseguenze giudiziarie della morte di Dario; evocato dall’accusa di Irene di essere la causa della sua infelicità; presentificato dal comportamento di Elisa, che nega la malattia e rifiuta di curarsi e di rivelare il suo stato ai genitori; attualizzata anche dai travagli personali della recente separazione.

 

Il confronto con Anna sembra aver aiutato Giovanni, che questa settimana appare meno tormentato e più a suo agio nel proprio ruolo. Forse più dei modelli teorici sono proprio i loro pazienti a far la differenza. Anna è un’analista didatta, che probabilmente incontra soprattutto adulti nevrotici. Nello studio di Mari arrivano, invece, pazienti gravi che agiscono la loro sofferenza anziché simbolizzarla, adolescenti e genitori in crisi, coppie in conflitto; si alternano consultazioni e psicoterapie, ma, pur essendo uno psicoanalista, nel suo studio non compare il lettino.

 

I pazienti del dott. Mari oscillano fra il bisogno di essere aiutati e la difficoltà di chiederlo, e stentano ad affidarsi per paura della dipendenza; per questo stentano ad accettare la cornice contrattuale del trattamento. Forzato dalle esigenze della fiction, Mari ha incontrato la scorsa settimana diversi nuovi pazienti, situazione faticosa e, per fortuna, insolita. Li abbiamo visti entrare e uscire dal suo studio senza che neppure una seduta si sia conclusa con la rassicurante formula di rito: “Arrivederci alla prossima settimana”. Giovanni (e anche noi per la verità…) sembrava chiedersi se li avrebbe più rivisti.

 

Questa settimana il dottore prova conquistarsi la fiducia dei suoi nuovi pazienti. Lunedì mattina ritroviamo Irene, non più in veste di avvocato, ma non ancora in quella di paziente. Il nodo irrisolto della precedente psicoterapia non le permette di rivolgersi con fiducia al terapeuta che l’ha abbandonata e tradita in passato inviandola a una collega. L’agito di Mari, che solo di fronte all’aggressione verbale di Irene si accorge dell’errore commesso chiedendo a un’ex-paziente di assumere la sua difesa, conferma la presenza di questo nodo. E tuttavia, mentre nello studio dell’avvocato Giovanni sembrava turbato e incerto, ora è di nuovo padrone della situazione: respinge gli attacchi e le seduzioni di Irene senza sottrarsi al confronto, e la invita a chiarire le ragioni di quell’incontro.

Irene, bella e di successo ma sentimentalmente infelice, teme di aver perso per sempre l’occasione di diventare madre, e considera Mari responsabile di averla indotta vent’anni prima ad abortire. Quando lui la interroga sulla portata che ha avuto in quella scelta il timore di deludere il padre - che abbiamo sentito ancora presente e intrusivo nella vita della figlia - interrompendo con la maternità il percorso formativo che le avrebbe aperto la strada del successo professionale, Irene s’irrita ulteriormente, ma non riuscendo a distogliere il dottore né con le accuse né con le seduzione, esce furibonda dallo studio, urlandogli che ciò che vuole da lui è il figlio che la sua imperizia professionale le ha negato. L’affettuosa fermezza con cui il dott. Mari sostiene la sua posizione, ci fa supporre tuttavia che la vedremo tornare.

 

Non è facile conquistare la fiducia di un’adolescente “portato dallo psicologo” dai genitori, ma sappiamo dall’esperienza con Alice dello scorso anno che il dott. Mari ne è capace. Mattia si è presentato al primo incontro ostile e diffidente, protetto da una spessa coltre di grasso e di rabbia, ma Mari è in parte riuscito a scalfire la sua corazza. Per questo non ci stupisce ritrovarlo meno arrabbiato, più disponibile ad abbandonare la posizione di sfida che imita goffamente quella di suo padre. Mattia è incuriosito dall’atteggiamento per niente competitivo di Giovanni, ne fa un maschio diverso da quelli che ha incontrato finora; per questo, forse, gli rivela quanto dolore gli provoca l’immagine che adulti e coetanei gli rimandano, quella di un ragazzino pigro e ritardato, soprattutto grasso. Quest’ultimo aggettivo condensa una denigrazione insieme etica ed estetica, che riassume tutti gli altri attributi.

Non è solo l’ideologia fallico-narcisista di suo padre a rimarcare l’inadeguatezza di Mattia, anche l’iper-protettività materna gli conferma che non sa cavarsela da solo. L’ascolto empatico di Giovanni gli permette, invece, di verbalizzare il dolore che gli provoca l’immagine di sé che adulti e coetanei gli rimandano, e lo introduce a una diversa logica affettiva, per cui “sensibile” non significa “piagnone”, ma capace di sintonizzarsi con i sentimenti altrui. Il dott. Mari gli suggerisce che questa dote possa renderlo vulnerabile ai sentimenti dei genitori e ai loro conflitti, di cui tende a considerarsi responsabile; comprendere che i loro problemi non dipendono dai suoi difetti offre a Mattia un immediato sollievo, come si coglie dal tono squillante della sua voce quando lascia lo studio.

Di fronte a Lea e Pietro, Mari si fa interprete delle ragioni di Mattia, silenziate e invase dalle loro preoccupazioni e attribuzioni proiettive. Se la scorsa settimana era passivo e attendista, travolto dal loro incontrollabile via vai, non solo dentro e fuori lo studio, ma anche dentro e fuori dal ruolo di soggetti in crisi, di genitori in difficoltà e di coppia scoppiata, oggi Mari è diretto e sicuro, saldamente identificato con le ragioni del figlio. Per questo, quando Lea esce dallo studio, incapace di sostenere la novità sussurratale da Pietro, “mi vedo con qualcuno”, pensiamo che anche Lea tornerà, proprio come Mattia, che rientra a riprendere suo padre e a salutare il “suo” psicologo.

 

Guido è di quei pazienti che arrivano dallo psicoanalista con una forma mentis lontanissima da quella analitica, ma schiacciati da un sintomo invalidante che vorrebbero cancellare senza “perdere tempo” e senza nulla cambiare nelle loro vite: “Non voglio teorie, deve darmi soluzioni concrete!” è la loro richiesta. Spesso sono persone che hanno affrontato e superato con successo traumi e ostacoli, caricandosi sulle spalle anche problemi e responsabilità delle persone che hanno accanto. Dopo una vita costellata di successi, quando s’imbattono in difficoltà o fallimenti, o quando una persona amata decide di sottrarsi alla loro tutela, la perdita di potere e controllo ne mina la sicurezza: Guido é colto da crisi di panico di cui non riesce a cogliere il nesso con le sconfitte professionali o con l’allontanamento dei figli. Preferirebbe forse risolvere rapidamente il sintomo con qualche pillola miracolosa, eppure si rivolge a uno psicoanalista, forse cogliendo a livello preconscio che la crisi di panico rappresenta la perdita di controllo non del corpo, ma della vita. Si ritrova così a narrare di dolori recenti, come il distacco di una figlia molto amata ormai irriconoscibile, e di dolori lontani, come la perdita del fratello nella prima adolescenza, senza smettere però di chiedersi che rapporto abbia tutto questo con il terrore di una morte improvvisa.

Guido teme di sprecare il suo tempo parlando “di cose che non c’entrano, mentre ci sono problemi pratici da risolvere”, e cerca di controllare se non la vita almeno la seduta E' critico nei confronti dell’ascolto svagato e ondivago del dott. Mari, e diffidente di quello strano personaggio che non sembra neppure capace di badare ai propri interessi (“Posso consigliarle un commercialista?”), ma avverte che proprio del suo ascolto non giudicante o prestazionale ha bisogno. Per questo anche lui tornerà, anche se intende garantirsi la libertà di non farlo pagando di volta in volta le sedute.

 

La promessa di avvertire il dottore nel caso decida di interrompere la consultazione, è lo snodo dell’incontro con Elisa: lo scambio fra l’impegno del terapeuta a non intervenire nella sua vita, rivelando ad altri la sua malattia, e la solenne promessa della paziente di “non sparire” senza avvertirlo delle proprie intenzioni, definisce il loro contratto e permette l’avvio del trattamento. È lo stesso impegno che chiediamo ai pazienti suicidari, cui Mari fa esplicito riferimento interpretando la riluttanza di Elisa ad affidarsi non solo alle cure dell’oncologo, ma a quelle di chiunque intenda aiutarla. La trama relazionale su cui Mari interroga Elisa, cercando di far emergere le sue ragioni affettive, è la brusca comunicazione - “ho il cancro” - fatta all’ex-fidanzato subito dopo aver fatto  l’amore con lui, e subito prima di respingere la sua offerta d’aiuto. È la stessa trama messa in atto con Mari, che nel corso della settimana ha cercato invano di contattarla: Elisa non riesce a chiedere aiuto. Intuiamo le origini di questa trama affettiva nel rapporto col fratellino autistico e con genitori troppo provati dai bisogni del figlio malato per rivolgere loro altre richieste. Mari non interpreta questa dinamica relazionale né nel passato né nei suoi confronti, ma si sofferma sul rapporto con l’ex-fidanzato per mostrarle questa modalità di dichiarare il proprio problema e subito sottrarsi.  L’avvicinarsi cauto ma deciso del dott. Mari, che sostituisce quello allarmato e intrusivo del primo incontro, insieme alla proposta di un “patto chiaro” che garantisca che le starà accanto senza decidere per lei, convincono Elisa e le strappano un “grazie” intenso.

 

Che terapeuta è, dunque, Giovanni? Uno che non usa difensivamente modelli teorici e regole tecniche per proteggersi dal dolore dei suoi pazienti, ma è capace di sostenerlo; uno che esprime più dubbi che certezze sulla realtà umana che ha di fronte, ma non si spaventa né si sottrae. Per questo è un collega che ci piace e che sentiamo vicino, anche nei suoi umanissimi errori.