Irene è un'avvocatessa sfrontata e risoluta, smarrita e fragile al tempo stesso, ha raggiunto il successo, ma non sa che farsene. Le sfugge il senso della vita, la sua. Quella degli altri, al confronto, sembra perfetta. Per questo, dopo vent’anni, torna in terapia dal dottor Mari. Tormentata dal desiderio di maternità si ritrova a fare i conti con un trauma irrisolto e nonostante la rabbia e il dolore trova la forza per affrontare le sue paure grazie al sostegno di Giovanni Mari alias Sergio Castellitto. “Combattiva, sola e innamorata della vita, del sogno di una vita diversa, di un amore, di un bambino“: è così che Maya Sansa descrive il suo personaggio.


L’attrice, attualmente impegnata nelle riprese del nuovo film di Roberto Faenza sul caso di Emanuela Orlandi La verità sta in cielo, racconta la sua esperienza sul set di In Treatment, e parlando di Irene, parla di sé. Dell’amore per sua figlia Talitha, per il suo compagno Fabrice Scott con cui vive a Parigi da anni, del cinema italiano e di quello francese, di come si cambia, e del perché, nella vita, è sempre meglio cambiare punto di vista. Lo fa a ruota libera, senza filtri, con l’entusiasmo e la consapevolezza di chi la vita la prende per quella che è: un viaggio.


Come ha reagito quando Saverio Costanzo l’ha chiamata per In Treatment?
Stimo molto Saverio e sono stata felicissima. Avevo fatto un provino anche per la prima stagione, il ruolo era quello di Lea, mi era piaciuto e mi aveva divertito. La verità è che per l’entusiasmo, da appassionata della serie, avrei recitato qualsiasi parte. Dopo una riflessione Saverio ha trovato più giusta la coppia Bobulova-Giannini e io oggi sono contenta che le cose siano andate così, il ruolo di Irene è bellissimo.


Irene non è un personaggio facile da amare, sopratutto all’inizio, c’è stato un momento nella recitazione in cui l’ha profondamente capita?
Mi sono sentita molto vicina a lei e ho ringraziato la vita di essere già mamma mentre giravo. Ho avuto maggiore libertà nell’interpretarla: quando sei attore e senti una vicinanza eccessiva al personaggio, puoi avere un pudore. Il fatto di essere lontana dalla condizione di Irene mi ha permesso di entrare meglio nel suo dilemma, di essere più vulnerabile, come chi va davvero in terapia. Maya pre-maternità forse avrebbe preferito raccontare un donna che si difende ancor più dalle emozioni e dal suo dolore.


Come si è preparata per il ruolo?
Quando devi costruire un personaggio, devi pensare alla sua professione, al suo intelletto, al modo di vestirsi, pettinarsi, vivere. Un’avvocatessa per quanto possa essere dolce e sensuale ha un’aggressività di fondo. Per trasmettere la capacità di attaccare il nemico in tribunale mi sono concentrata molto su tutto quello che è il mondo degli avvocati, anche grazie a youtube.


E’ stato facile?
E’ stato faticoso ma In Treatment è scritto benissimo, offre tutte le chiavi per lavorare sul personaggio. Se vuoi, lo puoi fare e lo puoi fare bene. Io sono partita dall’esteriorità per entrare nel profondo, da una parte c’era l’avvocatessa, la tigre, dall’altra una donna sola e desiderosa di amore e famiglia.


A un certo punto della terapia Irene capisce se sia pronta o meno alla maternità: nella vita reale, lei che ha una bimba di due anni, come ha realizzato di essere pronta?
Non mi sono mai sentita pronta per tanti anni, ho sempre pensato che non fosse cosa. Le persone che mi stavano intorno vedevano in me qualcosa di materno, anche per via dei ruoli che intrepretavo, io invece no, pur essendo innamoratissima del mio compagno da quattordici anni. Poi il momento è arrivato, ma non è stato un desiderio a priori, piuttosto il frutto di un amore e di una lunga convivenza. Da sola non l’avrei fatto.


La maternità è considerata da molti un elemento centrale dell’identità femminile, come se i figli fossero l’unico modo per realizzare la nostra capacità di amare. Cosa ne pensa?
Non sono per niente d’accordo, ho molte amiche che i figli non li hanno fatti e sono donne straordinarie a tutti gli effetti. E’ come se avessero una capacità di amare più ampia. Quando hai un figlio, pur volendo bene a tante persone, improvvisamente ti concentri sul tuo nucleo familiare. Inizialmente ho sentito questa cosa come un peccato, e pur adorando mia figlia, penso ogni giorno a quand’è che questa cosa si calmerà, anche se forse, per natura, non si calmerà mai. Sento nostalgia di quella libertà di amare, giocare e scherzare, nel senso più ampio del termine.


Lei vive a Parigi da quasi dieci anni, come ha reagito agli attentati?
Mi sono riscoperta meno impavida, ho avuto una reazione che non avrei mai avuto prima di diventare mamma. Per la paura ho quasi barricato in casa la mia famiglia. Eppure sono sempre stata una persona molto libera, fatalista, sento che questo cambiamento è legato al senso di protezione verso mia figlia.


Cosa manca al cinema italiano rispetto a quello francese?
I francesi proteggono il loro cinema e lo promuovono nel mondo, investono molto denaro sui propri attori. Andare al cinema a Parigi è una meraviglia, a qualsiasi ora con venti euro al mese puoi vedere tutti i film che vuoi e c’è davvero tutto, dal cinema africano a quello americano fino a quello asiatico. I francesi sono cinefili, sono abituati ad andare al cinema, sanno come far funzionare il proprio mercato. Spesso sento parlare in modo critico del nostro cinema, dei nostri registi e dei nostri attori, e anche in questo caso non sono d’accordo: in Italia abbiamo dei veri talenti ma bisognerebbe finanziarli. Da noi mancano le condizioni, i mezzi. Manca lo stesso impegno e lo stesso amore che c’è in Francia. La cultura è il nostro punto di forza, peccato che venga sovente ignorato.