Una scrittura asciutta e ritmata, dei dialoghi affilati come coltelli, un cast praticamente perfetto: gli elementi del successo di Gomorra – La serie sono senza dubbio questi, ma ne manca uno all’appello: la direzione artistica di Stefano Sollima, che non si è “limitato” al ruolo di regista, ma ha seguito lo sviluppo della serie in tutte le sue fasi, andando a ricoprire una figura piuttosto inedita nel panorama della serialità italiana, quella dello showrunner (letteralmente colui che fa correre lo show, cioè che segue lo sviluppo di un prodotto dalla stesura del soggetto ai titoli di coda in fase di montaggio). Ecco cosa ci ha raccontato.

Stefano, anzitutto complimenti per il successo di Gomorra – La serie. Ci fa un bilancio di quest’esperienza?
Sicuramente è un bilancio positivo! Sapevo che avevamo fatto un buon lavoro, ma se devo essere sincero non mi aspettavo un successo di ascolti e soprattutto di critica di questa portata.

Dunque possiamo definitivamente archiviare le polemiche che c’erano state prima della messa in onda?
Senza dubbio. In Italia, d’altronde, c’è un po’ quest’usanza dell’attacco preventivo, specialmente quando sul mercato compare qualcosa di nuovo, che rompe un po’ gli schemi. Comunque io sono sempre stato molto tranquillo, anche durante le riprese, perché avevo un’idea precisa del quadro generale e di dove saremmo arrivati.

Oltre alla regia di un buon numero di episodi ha seguito il progetto Gomorra – La serie dal principio alla fine: è difficile il ruolo di showrunner?
E’ molto impegnativo, ma è anche molto stimolante. Quando giri ti limiti a quello, hai solo te stesso da “controllare”, quando invece vai a ricoprire il ruolo di direttore artistico devi imparare a conciliare molti più aspetti, dagli attori ai registi che si avvicendano dietro la macchina da presa. La sfida è riuscire a dare coerenza al tutto, creare e realizzare un progetto collettivo.

Gomorra è una serie piuttosto dura: qual è stata la scena più difficile da girare, non a livello tecnico ma per il contenuto?
E’ una scena che si è beccato Claudio (ndr, Cupellini, uno dei registi), si tratta di quella del nono episodio dove Ciro tortura la ragazza di Daniele. E’ stata piuttosto dura. Però è anche una scena molto importante a livello drammaturgico, non abbiamo mostrato la violenza per il gusto di farlo, ma per far vedere un altro aspetto del personaggio di Marco D’Amore, che fino a quel momento era stato il punto di riferimento degli spettatori. Da lì è cambiato tutto.

Il personaggio che le è piaciuto di più?
Sono tutti figli miei, li amo tutti indistintamente, ognuno di loro è portatore di una specificità, non potrei mai scegliere!

Il canale via cavo Starz farà un remake di Romanzo Criminale – La serie: a che punto è la serialità italiana?
Direi a un buon punto, come il resto della nostra cinematografia. Dobbiamo scrollarci di dosso l’idea di essere i “fratelli poveri”, perché in realtà anche noi possiamo essere competitivi, se ci viene data la possibilità di lavorare in un certo modo e di portare in vita prodotti di un certo tipo.

Parlando di serie: ce n’è una che ha visto di recente e che l’ha colpita?
Sicuramente True Detective. Stupenda.

Lo dirigerebbe un adattamento italiano?
Assolutamente no, mai nella vita! True Detective non è solo un racconto, è un mondo, non puoi riapplicarlo alla nostra realtà senza snaturarlo.

Marco D’Amore sostiene che la sua è una regia “per sottrazione”, che si concentra più sui silenzi che sulle parole: concorda?
Sì. Un personaggio non è solo quello che dice, ma è anche soprattutto quello che non dice. E’ bello scavare nella psicologia dei personaggi, e per farlo non bastano solo le parole, i dialoghi. I silenzi e le azioni dicono molto, anzi, spesso dicono di più.

Domanda secca: ci sarà una seconda stagione di Gomorra – La serie?
Siamo attualmente in fase di scrittura. Dunque direi proprio di sì!

Sogno professionale nel cassetto?
Lo sto già vivendo, perché ho avuto e continuo ad avere la possibilità di raccontare la realtà in un modo che trovo molto efficace, molto fedele. E’ faticoso, ma faccio esattamente il cinema che voglio e che mi piace fare, quindi mi considero molto fortunato.