di Paola Tribisonna

Sotto un cielo livido, tra sparuti grattacieli e colate abusive di cemento si staglia la figura di Ciro Di Marzio alias Highlandér. Un uomo nato nella melma, con un passato ingombrante (n.d.r. è cresciuto in un orfanotrofio) e lo sguardo dritto, duro, affilato come una lama di coltello. È un lucido calcolatore, Ciro, uno che nella vita ha barattato i suoi occhi, lasciati lì a piangere i genitori scomparsi, con un plotone di fantasmi, che ogni giorno, nella sua testa, apre il fuoco a suon di proiettili. Non c’è speranza e non c’è redenzione per lui e - d’altra parte - se da quando ha 4 anni ha conosciuto solo la criminalità come si può pensare che abbia un destino diverso? – si chiede Marco D’amore, l’attore trentatreenne di Caserta che gli presta il volto.

Un onore aver interpretato Ciro l’Immortale, dichiara D’Amore, una dei talenti più puri del panorama cinematografico attuale, cresciuto con Andrea Renzi e Toni Servillo a teatro. Un ruolo di spessore, che acquista ancora più significato alla luce del rapporto simbiotico, viscerale che lega l’attore a Napoli, città che lo stesso Servillo ha definito una comédie française en plein air per la capacità di formare le persone al racconto di storie. Storie vere, nate dalla strada. Storie animate da un cuore nero, gocciolante di violenze, degrado e soprusi. E tutto per un unico obiettivo ed è proprio Ciro a ricordarcelo in una scena di Gomorra – La serie: Sfidare la vita. Fissare la morte negli occhi. Gli spettatori sono avvisati: Sono io il più forte. Sono l’Immortale.

Il suo personaggio è portatore di un’umanità disumanizzata, come lei stesso ha dichiarato. In che modo si è approcciato a questo ruolo?
L’incontro con questo personaggio è stato drastico, perché mi ha richiesto, in prima battuta, un cambiamento fisico notevole. Quando mi sono presentato ai provini pesavo circa venticinque chili in più, portavo i capelli ricci e avevo la barba. Il lavoro che ho fatto su Ciro è stato per sottrazione, si è fondato sul non detto, sugli sguardi, sui primi piani. Con Stefano Sollima volevamo costruire un militare, un uomo di azione, ma anche uno stratega. Il risultato è che Ciro sembra un personaggio uscito da una tragedia shakesperiana, è l’equivalente di Iago nell’Otello.

Il ruolo di Ciro è tra quelli più controversi e discussi della serie. In base a come è costruito, è possibile che il pubblico provi empatia per lui?
Conoscendo la sua evoluzione direi di no, temo più il contrario, se devo essere sincero. Purtroppo nel nostro Paese si tende a far coincidere l’attore col personaggio, per cui ho paura che il pubblico arrivi a odiarmi, ma non voglio anticiparvi troppo.

Il rapporto tra Ciro e Pietro Savastano è sintetizzato bene da una scena emblematica: la bevuta dell'urina, che indica sottomissione e, insieme, fedeltà. Com'è andata?
Quella è stata una scena molto importante sul piano narrativo, in primis perché si lega al linguaggio camorristico, al passaggio di liquidi e poi perché richiama i concetti di subordinazione e di giuramento. L'abbiamo girata tante volte e poi abbiamo scelto quella che secondo noi rispecchiava maggiormente la personalità di Ciro: un uomo che anche mentre compie un gesto simile non abbassa mai lo sguardo.

Gomorra è il paradigma di un male che divora un territorio. Come spiega le polemiche che si sono sviluppate prima della messa in onda?

Penso che nascano dall’incapacità di apprezzare un lavoro artistico, frutto di un racconto necessario, fatto senza giudicare. Noi abbiamo mostrato ciò che accade, la realtà. Negli Stati Uniti, alla vigilia della prima puntata di House of Cards, Barack Obama ha inviato un tweet a Kevin Spacey con su scritto looking forward (non vedo l’ora), e parliamo di una serie che ha messo alla berlina la classe politica americana. Io sono dell’idea che mettere il problema al centro della discussione serva a risolverlo, le polemiche sterili le lascio agli altri.

Alle critiche ha scelto di rispondere col tweet Io ci metto la faccia e non ho nulla di cui vergognarmi.
Sì, è stato un modo per dire che io sto qua, sul territorio e che ci sono tantissimi ragazzi che hanno lavorato per Gomorra che sono vilipesi da quei manifesti. Se qualcuno ha voglia di esporsi e di discutere faccia a faccia io sono più che disponibile.

Nelle conversazioni tra lei e Roberto Saviano scherzate sulla vostra somiglianza. Com'è il vostro rapporto?
Abbiamo frequentato lo stesso liceo, a Caserta. Quando lui era al quinto anno io ero al primo, me lo ricordo benissimo. Ho iniziato a seguirlo da quando ha pubblicato il romanzo e nutro per lui una grandissima stima e gratitudine.

Un'altra persona che stima è Toni Servillo, col quale ha debuttato a teatro a diciotto anni.
Sì, ho iniziato a scuola, poi da ragazzo ho avuto la grande fortuna di lavorare con la compagnia di Servillo, Teatri Uniti, al Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Andrea Renzi stava mettendo in scena Pinocchio e siamo partiti in tournée. Sono andato a Milano dove ho fatto i provini per l'Accademia dello Spettacolo di Paolo Grassi, ma ho mantenuto il rapporto con Teatri Uniti. Poi sono stato a Ravenna con la compagnia Le Belle Bandiere di Elena Bucci e Marco Sgrosso. Un ricordo indimenticabile è stato il lavoro con la grande Trilogia della villeggiatura, quattro anni in giro con Servillo.

Un bel riconoscimento per Napoli, che si configura sempre di più come una fucina di talenti.
La Campania ogni anno sforna personaggi capaci di imporsi nel rispettivo settore di competenza, dagli scrittori ai registi, pensiamo a Paolo Sorrentino, a Matteo Garrone, a Roberto Saviano…In Gomorra – La serie ci sono tre generazioni di attori campani, sarà la prima serie italiana venduta in America e tutti vedranno questi 200 interpreti napoletani, casertani, salernitani. Un bel vanto per questa regione, nonostante non siano presenti scuole di recitazione in grado di richiamare aspiranti attori, come accade a Roma, a Milano, a Torino, a Udine, ecc.

Che effetto fa immaginarsi Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio, ecc. seduti sul divano mentre guardano Gomorra – La serie?
Da un lato fa un effetto straniante perché pensi a certi personaggi come se fossero soltanto parte della tua fantasia e dall’altro fa nascere una speranza, che credo sia comprensibile e umana, di poter portare anche fuori il proprio lavoro, al di là dei confini nazionali.

Progetti futuri?
Dieci giorni fa ho finito di girare un film di Edoardo De Angelis, che mi vede protagonista insieme a uno strepitoso Luca Zingaretti e poi sto girando il mio terzo film con Claudio Cupellini, che reputo un talento assoluto nel panorama cinematografico italiano. Aggiungo anche che, insieme alla mia compagnia La piccola società, sto producendo un film che si girerà a Casale e che racconterà il disastro dell'eternit.