di Linda Avolio


In Gomorra – La serie – che tornerà su Sky Atlantic e su Sky Cinema 1 martedì 20 maggio alle 21:10 con il quinto e il sesto episodio – interpreta il duro e spietato boss del clan Savastano, un uomo “che non urla mai”, ma nella vita reale Fortunato Cerlino è, per fortuna!, esattamente l'opposto del suo personaggio, che infatti è stato “una grandissima sfida”. Ecco cosa ci ha raccontato l'interprete del temibile Don Pietro.


Gomorra – La serie è piaciuta molto sia alla critica sia al pubblico: qual è il suo punto di forza?
Il realismo. C'è voluto coraggio, ma abbiamo raccontato la verità senza falsi moralismi “all'italiana” – perché facciamo ancora molta, troppa fatica a raccontarci – e senza falsi eroi, infatti, se si vanno anche a vedere i numerosissimi tweet, si nota che la gente è allo stesso tempo attratta e respinta.

Uno che l'ha particolarmente colpita?
Quello di una persona che probabilmente vive nelle zone in cui è ambientata la serie. Questo tweet recitava: Vedere Gomorra – La serie è come affacciarsi al balcone di casa mia.

Come si è avvicinato al progetto?
Nel modo più semplice: facendo un provino. Ai tempi, tra l'altro, non sapevo che stavano cercando l'interprete di Pietro da più di un anno, dunque non avevo idea di stare andando a fare il provino proprio per quella parte. Mi è stato detto dopo!

Sarà stata una bella sorpresa, Pietro Savastano è uno di quei personaggi che fanno da spartiacque nella carriera di un attore. Allo stesso tempo, però, ha sentito il peso di un ruolo così “scomodo”?
No, è stato esattamente il contrario, sono stato molto contento quando mi è stato detto che avevo ottenuto la parte. Io sono napoletano, conosco bene anche la provincia, e ho sentito una grande spinta. L'idea di poter finalmente raccontare certe cose “come si deve”, e non come si tende a raccontarle nel nostro paese, mi ha convinto. Già dalle sceneggiature si riusciva a cogliere un gran respiro. E poi avevo troppa voglia di lavorare con Sollima, avevo visto i suoi precedenti progetti, tra cui l'ottimo Romanzo Criminale – La serie, quindi il pensiero di lavorare con lui mi è sembrato un sogno!

La mano di Sollima in qualità di direttore artistico, quello che gli americani chiamerebbero showrunner, in effetti si vede e si sente.
Era da un po' che l'avevo “puntato” come regista, anche perché Stefano ha una capacità di guidare gli attori, di raccontare e di mettere in scena davvero unica, ha uno sguardo tutto suo, e penso proprio che la cosa non solo si veda, ma faccia la differenza.

Dunque neanche un po' di “timore attoriale” per dover affrontare un personaggio così impegnativo?
Quello c'è sempre, figurarsi! Però fin da subito ho parlato con Stefano, e ci siamo trovati sul fatto di non voler raccontare un camorrista compiaciuto del fatto di esserlo, di non volerci noi stessi compiacere del fatto di rappresentare un personaggio malvagio e la violenza così giusto per. Fin da subito si è trattato di rappresentare un uomo malato, dai toni scuri, che dentro ha un vuoto profondo, che dentro ha un'enorme rabbia dovuta a un'altrettanto enorme spaccatura.

Pietro un personaggio tragico, dunque?
Sicuramente è un personaggio tormentato da un dolore profondo, da un senso di frustrazione e insoddisfazione continui. E con Stefano abbiamo deciso di far passare la sua rabbia e la sua violenza in un modo singolare: non ci si fa caso immediatamente, ma lui non alza mai la voce.

Sembra quasi che si sia affezionato a lui.
Più che altro mi ero affezionato al set, avevo proprio voglia di mettermi al lavoro con quei compagni di viaggio. Riguardo Pietro...vi dico solo che dopo una giornata di riprese avevo bisogno di almeno un'ora di decompressione e di una bella doccia bollente per scrollarmelo di dosso!

La cosa più difficile del dover interpretare un capoclan?
Sicuramente le scene più violente. Far finta di uccidere qualcuno con le proprie mani è qualcosa di forte, di viscerale, ma d'altronde l'attore lavora con quello che ha, cioè se stesso, è qualcosa a cui non può sottrarsi. E in una serie come Gomorra si è obbligati a usare un po' tutta la “tavolozza di colori”, anche quelli meno piacevoli.

Il rapporto tra Pietro i suoi familiari è piuttosto particolare.
Sì, mi ha colpito molto il rapporto che ha con il figlio, che a ben vedere è un rapporto che Pietro “sposta” sempre su altri: una volta è Ciro, un'altra è Pasqualino, in carcere, ma ciò accade perché quello tra Pietro e Genny è un rapporto non compiuto. La tragedia di Pietro, e di quelli come lui, è di essere uomini che hanno fallito completamente sul piano umano proprio per il fatto di aver compiuto certe scelte. Sono uomini logorati dal potere, anzi, sono inghiottiti dal potere. Pietro non è in grado di avere un rapporto empatico col figlio perché per lui non è un padre, è un capo. E' un ruolo che è costretto a indossare 24 ore su 24.

E invece per quanto riguarda Imma?
Anche con lei non c'è tenerezza, ma di sicuro c'è una grande complicità rispetto agli atti criminali che compiono tutti i giorni. Non c'è normalità nella loro vita, cenano con la tv accesa, e al telegiornale passano notizie degli omicidi di cui loro sono i mandanti. Se vogliamo, il loro è un rapporto che presenta molte somiglianze con quello che c'è tra i protagonisti di House of Cards, Frank e Claire. Si tratta di rapporti umanamente disumani.

Cambiamo registro e andiamo al finale del primo episodio: a Pietro quel divano proprio non è piaciuto. Perché?
Perché Pietro è uno che vede molto avanti. Riguardando con un po' più d'attenzione l'episodio si capisce il motivo per cui quel divano “non è buono”. Comunque io e Maria Pia (ndr, Calzone, l'interprete di Imma) continuavamo a ridere mentre giravamo quella scena!

Ci racconta qualcosa di curioso successo durante le riprese?
Mentre stavamo girando la scena in cui Pietro uccide Bolletta, ero seduto sulle scale, mi stavo concentrando per le riprese, e a un certo punto si è avvicinata una signora da un appartamento vicino che mi dice: “Giovinò, ma che c'avete, vi vedo bianco bianco, ma che è successo? Venite come me che vi faccio un caffè!”.  La gente che ci vedeva lavorare era molto curiosa, molto interessata.

Però ci sono state anche parecchie polemiche, prima della messa in onda.
E' vero, e penso che aspettare sia stata la decisione più saggia, anche perché dopo i primi due episodi si è capito benissimo che non c'era da parte di nessuno l'intento di mostrare la camorra in modo “glorioso”. La serie non racconta Napoli, racconta un malattia nazionale che si è sviluppata in quella zona, ma che poi si è diramata ovunque. Il punto di vista di Gomorra – La serie è molto ampio, abbiamo girato anche a Milano e a Barcellona, in Spagna, proprio per mostrare quanto questo cancro sia esteso. La gente ha capito questa cosa, e le polemiche si sono sgonfiate. E poi parliamoci chiaro: i personaggi sono dei mostri, nessuno vorrebbe essere come loro.

Ci sarà una seconda stagione?
La possibilità ci sarebbe, ma non posso davvero dire altro! Comunque spero che Gomorra – La serie possa fare da trampolino, da spinta per la serialità italiana. I soldi contano, produrre costa, ma alla base ci devono essere le idee giuste e la volontà di svilupparle. Nascondersi dietro ai soldi è solo una scusa. Gomorra – La serie è la dimostrazione che anche in Italia si può lavorare ad altissimi livelli.


L'appuntamento con il quinto e il sesto episodio di Gomorra – La serie è per martedì 20 maggio alle 21:10 su Sky Atlantic e, in contemporanea, su Sky Cinema 1.