Due anni di lavoro, 225 attori e centinaia di comparse, 156 location e 2300 tra collaboratori e fornitori, per un totale di 12 episodi venduti in più di 130 paesi in tutto il mondo: sono questi i numeri di Gomorra – La serie, un vero e proprio successo di critica e di pubblico.

A essere raccontate durante un arco temporale di alcuni anni sono le vicende del più potente clan di tutta Napoli, il clan Savastano, capitanato dal boss Pietro (Fortunato Cerlino), che a un certo punto si troverà a scontrarsi pesantemente con un clan rivale, quello che fa capo a Salvatore Conte (Marco Palvetti). Nel momento in cui Pietro finirà in carcere, sarà dapprima la moglie Immacolata (Maria Pia Calzone) a prendere le redini della cosca, ma poi a emergere sarà Genny (Salvatore Esposito), l’erede ufficiale, che smetterà i panni del ragazzone viziato e un po’ ingenuo per calarsi in quelli del boss. Un’altra figura importante, che influenzerà il corso degli avvenimenti, è quella dell’ambizioso Ciro Di Marzio (Marco D’Amore), braccio destro di Pietro e amico di Genny.

E’ dunque arrivato il momento di (re)immergersi nel pericoloso e spietato mondo in cui si scontreranno questi due clan rivali. Eccovi cinque  buoni motivi per sintonizzarsi su Sky Atlantic ogni martedì alle 21.10 a partire dal 29 marzo.

Il materiale “di partenza”. Gomorra – La serie nasce da una costola del bestseller di Roberto Saviano, precisamente dalla pagine in cui lo scrittore parla della Faida di Scampia. Una tematica scottante, una ferita ancora aperta, ma senza dubbio una storia che merita di essere raccontata, anzi, che deve essere raccontata, per scoprire e capire i meccanismi del funzionamento di una delle organizzazioni criminali più pericolose e spietate. Gomorra – La serie non è un documentario, non è un’inchiesta, ma riesce a catapultare gli spettatori in un mondo che, per quanto fittizio, è spaventosamente simile a quello realmente esistente.

Il realismo, che è stato il mantra, la parola d’ordine durante tutto il percorso produttivo, dalla scrittura alle riprese. L’ancoraggio alla realtà è senza dubbio uno degli aspetti chiave del fascino di Gomorra – La serie e della sua capacità di catturare l’attenzione. Guardando gli episodi si è consapevoli di trovarsi di fronte a un prodotto “di finzione”, eppure non si può fare a meno di rimanere colpiti dalla cura della messa in scena e dal realismo delle storie e dei personaggi. La città di Napoli è stata un set fondamentale, così com’è stato importante poter girare a Scampia. Le case, i costumi, ogni aspetto tecnico è stato curato nel minimo dettaglio per andare a ricreare un mondo che fosse il più vero possibile. E poi il linguaggio, nato attraverso un’attenta documentazione delle espressioni tipiche della camorra e la scelta di una lingua a metà tra l’italiano e il napoletano, perché i personaggi devono essere credibili non solo per chi guarda, ma anche per chi li interpreta.

Il direttore artistico e i registi
. A capo del progetto in veste di showrunner, come direbbero gli americani, c’è Stefano Sollima, già apprezzato per l’ottimo lavoro fatto per Romanzo Criminale – La serie. Insieme a lui, a completare la squadra sono stati chiamati i registi Francesca Comencini e Claudio Cupellini, che si sono rispettivamente occupati delle riprese degli episodi relativi al momento in cui a tenere le redini è Imma e quelli che segnano la definitiva trasformazione di Genny da ragazzone capitato quasi per caso in un certo mondo a boss deciso e spietato quanto il padre.

La scrittura. Il team di sceneggiatori capitanato da Stefano Bises (composto da Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Giovanni Bianconi, Filippo Gravino e Maddalena Ravagli) ha fatto un lavoro che definire ottimo non sarebbe abbastanza. Il ritmo del racconto è serrato, i dialoghi non cadono mai nel banale o nel didascalico e ogni personaggio è perfettamente caratterizzato.

Il cast. Non possiamo non fare i complimenti alla casting director Laura Muccino, che ha saputo trovare il giusto interprete per ogni personaggio. Quello di Gomorra – La serie è uno dei fortunati casi in cui gli attori sono così credibili nei panni dei loro personaggi al punto da diventarne quasi un tutt’uno. Gli attori indossano i personaggi e viceversa, cosa che contribuisce a rendere le interpretazioni davvero credibili.