di Benedetta Guerrini Degl’Innocenti

Il mestiere dello psicoanalista è uno di quelli nei quali quello che fai e quello che sei si avvicinano di più, fino ad essere, a tratti, una cosa sola. Nel bene e nel male: lavori quando sei felice e quando sei triste, quando sei in buona salute e talvolta anche quando non lo sei, quando la tua vita affettiva è piena e soddisfacente e quando ti consuma e ti svuota, quando i tuoi figli volano verso il loro futuro, ma anche quando zoppicano, mordono, soffrono. E non credo esista un altro mestiere che ti rende così indispensabile, nel momento in cui varchi la soglia dello spazio che condividerai con l’altro, mettere sullo sfondo tutto quello che sei, che hai o che soffri come essere umano per permettere il dispiegarsi della funzione analitica della mente, strumento indispensabile al buon funzionamento della psicoanalisi come disciplina conoscitiva e come terapia della sofferenza umana.

E come cura la psicoanalisi, ovvero che metodo usa per trovare quello che cerca? Una buona risposta potrebbe essere che per trovare quello che cerca ha bisogno di costruire una relazione. Ma ancora non basta. Per dirla con Nino Ferro, Psicoanalisi è una parola composta da tre sillabe: psicoanalista, paziente e setting. Sempre per restare nel minimalismo, potremmo dire che il paziente, parla, l’analista ascolta e il setting riduce al minimo il rumore di fondo prodotto dalla realtà esterna e, auspicabilmente,  anche quello prodotto dalla realtà interna dell’analista. I suoni si possono sentire, i significati si devono ascoltare e ascoltare implica un’attività estremamente complessa; in analisi non si ascolta con le orecchie, ma con la mente. 

Quello che distingue immediatamente l’ascolto analitico da quello di una qualunque altra conversazione sta, soprattutto, nell’attenzione alla molteplicità dei livelli del discorso che si devono ascoltare. Ascoltare analiticamente significa distinguere voci diverse, alcune distinguibili, se si sa cosa ascoltare, altre appena udibili, altre ancora mute, talvolta prigioniere nel corpo. Per questo abbiamo un setting, perché, come il buio in una sala cinematografica, ci permette di dimenticarci della realtà esterna, che sia giorno o che sia notte, sia d’estate o sia d’inverno, e di immergerci nella trama.

E la possibilità di cogliere quello che è del paziente, senza rischiare di confonderlo con il nostro rumore interno, è vincolata dalla nostra capacità di operare, come un maestro zen direbbe Stefano Bolognini, un continuo e faticoso esercizio di attesa, un far posto a quel che viene, un esercitare continuamente il non sapere e il non capire.

Mi rendo conto scrivendo queste poche e frettolose considerazioni di quanto sia difficile, insoddisfacente e sostanzialmente fallimentare, spiegare a qualcuno che non è analista, o che non ha mai fatto un’esperienza analitica, quale sia l’essenza di quello che è non soltanto il mestiere che faccio per vivere, ma molto anche di quello che sono come persona. Per questo penso che In Treatment sia stata un’operazione culturale, prima che di intrattenimento, coraggiosa, unica nel suo genere, e riuscita. A un prodotto televisivo di intrattenimento non si chiede di essere aderente alla realtà o documentale: si richiede di suscitare interesse per l’argomento che tratta, di agganciare lo spettatore alla trama e, in pochissimi e fortunati casi, di stimolare il pensiero. E se questa serie tv è riuscita a suscitare interesse per quel fondamentale strumento di cura della sofferenza umana che è la terapia analitica, credo che sugli altri due piani il successo sia sicuro e meritato.

Come spettatrice mi sono appassionata alle vicende dei pazienti di Giovanni Mari, così come mi appassionano le vicende umane delle persone che vengono nel mio studio. Gli autori hanno scelto, con particolare acutezza e con buoni consulenti, personaggi/pazienti che potessero rappresentare le situazioni più complesse e difficili per un analista e quindi sicuramente più avvincenti dal punto di vista scenico; le sedute risultano essere infatti sempre degli incontri/scontri ad alta densità emotiva e concentrano, in pochi personaggi e poche puntate, la polisemia di uno dei fondamentali della psicoanalisi che è il transfert. 

Si è molto detto e scritto sulle “mancanze” analitiche di Giovanni Mari, ma credo che nella vita vera, dove anche gli analisti talvolta sostano, a nessuno sia mai capitato di avere una potenza di fuoco come quella concentrata sul povero Giovanni dai suoi pazienti nello stesso periodo di tempo. I suoi pazienti lo vogliono sedurre, aggredire, imbrogliare, manipolare, rendere testimone dei loro tradimenti e dei loro tentati suicidi in diretta, della loro invasione del setting di altri pazienti, della loro impossibilità di sopravvivere, della loro rabbia distruttiva; usano le sue cose per aggredirlo e aggredirsi. La moglie gli comunica che parte per Parigi con l’amante, come se la cosa non fosse emotivamente rilevante, e poi lo attacca per il suo coinvolgimento con Sara sotto gli occhi fastidiosamente compiaciuti dell’analista supervisore. E credo che un’analista supervisore così (magnificamente interpretata da Licia Maglietta) sarebbe un incubo per chiunque, anche se il “fatto analitico” che Giovanni le porta è di quelli che non possono lasciare margini di interpretazione.

Ogni analista potrebbe, mettendosi nei panni di Anna, usare la matita rossa e blu sull’assetto analitico del povero Giovanni, segnalando gli interventi sbagliati, gli agiti, le sordità, le ingenuità, le trasgressioni, ma anche credo le intuizioni, l’ascolto rispettoso, la sincera curiosità per la vita dei suoi pazienti, la modestia nel riconoscere un errore. Leggendo qua e là articoli e interviste sulla prima serie israeliana, forse nel tentativo di conoscere qualcosa di più del “pensatore” di questo formidabile prodotto di fantasia, credo di aver capito che il personaggio analista Giovanni Mari doveva essere colto non nel mezzogiorno della sua vita sentimentale e professionale, ma nella penombra dolorosa di una crisi esistenziale che rischia di svuotarlo di ogni motivazione, di ogni spinta vitale, una crisi che lo rimette, quasi suo malgrado, nei panni del paziente.

Credo sia sempre difficile trovare un finale “giusto” a un prodotto così complesso. Potremmo dire che l’”autore” abbia deciso per un finale aperto, che lasci spazio a una seconda serie, o che abbia deciso di concludere senza avere in mente niente di conclusivo. C’è niente di più psicoanalitico di questo? Forse la specificità di questo prodotto televisivo è proprio questa: che tratta il tema e la trama come la psicoanalisi ci insegna a trattare i nostri pensieri, cioè come un modo di cercare senza cercare, di osservare senza concludere. La difficile arte di stare con la mente.