di Silvia Vessella

Avevamo lasciato Mari la scorsa settimana con Anna che lo invitava a esplorare più a fondo i propri sentimenti e che era questo che  le donne di cui lui parlava gli chiedevano di chiarire. Ora siamo alla terza settimana. E Sara, quasi in risposta ad Anna, attraverso il racconto drammatico di un cane sull’autostrada lanciato di qua e di là dalle auto in corsa, comunica come si sente, in confusione, sballottata dai tanti agiti, mentre all’esterno si mostra sicura di sé e spavalda.  Anche Mari, spaventato dalle proprie emozioni, decide di discutere con lei la possibilità della interruzione dell’analisi.

Il tema dell’interruzione è presente in tutta questa settimana. Dario, il lottatore solitario in conflitto con il mondo, ha deciso di vestire totalmente i panni del duro, separandosi dalla famiglia e di frequentare Sara, sfidando così consapevolmente l’analista. Alice offre uno spiraglio più vero, incomincia a mostrare il bisogno attraverso un’immagine. E’ l’immagine di una mendicante che l’ha molto colpita, mentre di fronte alla separazione si era sentita “come non essere lì, nessun dolore,” perché, e cita un adulto“ i bambini si abituano in fretta alle novità e per fortuna dimenticano”. Il suo mendicare affetto anche ora, prova evidente che nulla ha dimenticato, ha ricevuto un duro colpo dall’abuso del suo insegnante.

L’evento inoltre ha procurato l’allontanamento dalla figlia di lui, che ha crisi di asma, cui faceva amorevolmente da baby sitter/protettrice. Di nuovo abbandonata, sola e per di più colpevole “sono una che rovina tutto”. E infine Lea e Pietro, che ormai non avendo più il bambino come terzo per esprimere le proprie dinamiche distruttive di coppia, si scontrano direttamente e si picchiano in seduta.

Il tema che mi sembra sia messo sempre più in evidenza, è quello dell’amore e dell’amore di transfert, in tutte le sue varie declinazioni. La differenziazione è fondamentale per il lavoro dell’analista ed è un tema che riguarda tutti, come fa notare un Giovanni indispettito, nella seconda settimana, ad Anna ricordandole di un suo trascorso coinvolgimento con un paziente, esitato in quel caso con l’interruzione dell’analisi.  La psicoanalisi ha da sempre privilegiato la parola rispetto all’agito. 

La protezione del legame paziente-analista è stata affidata sin da Freud al mantenimento da parte dell’analista dell’asimmetria e dell’astinenza, come Anna ricorda a Giovanni. Ma per Giovanni è più importante rendere sempre più chiaro il vissuto, e a volte stare sull’orlo dell’abisso, alla ricerca di vissuti più profondi.  Il tema è centrale per la psicoanalisi e aveva sin dal primo caso clinico coinvolto Freud, che lo aveva all’inizio definito un ostacolo alla terapia, per poco dopo rintracciarne l’ubiquità e l’importanza per l’analista che ne accolga l’impatto sul legame analitico.

Oggi si ritiene con maggiori prove che l’ascolto e l’esperienza emozionale dell’analista sono legate alla possibilità di formare immagini a partire da quello che dice il paziente, sia attraverso la verbalizzazione che il non verbale, e si parla dunque di “co-narratività” della coppia analitica, riducendo l’aspetto asimmetrico della questione. La linea degli sconfinamenti allora a volte può essere tenue, e Anna e Giovanni si interrogano dal vertice delle loro esperienze cliniche su come affrontarla.

Il discorso non è banale. Nella serie la concomitanza dei due campi emotivi interni sempre in dialogo tra di loro viene a mio avviso illustrata attraverso quella sorta di salotto che è la stanza d’analisi, così contigua alla casa del terapeuta. La necessità invece di tenere salda la linea di confine era già stata illustrata la scorsa settimana dai tentativi di Sara, la paziente più chiaramente intrusiva, di entrare nella sua casa e dalla decisa negazione di Giovanni in grande  difficoltà emotiva. Per ora è prevalentemente attraverso gli errori di Giovanni, i suoi dubbi, che ci si avvicina e ci si orienta verso  le parti più fragili, la parte umana, il  nascosto, lo sconosciuto e il non immediatamente evidente.

Certo sentirsi guardati in una situazione di intimità imbarazza o disturba tutti, o quasi. E questo vale anche per uno psicoanalista, che in qualche modo si trova a guardare se stesso nel bene e nel male. 
Intanto lo sviluppo delle vicende relazionali suggeriscono  riflessioni a volte fuggevoli, pensieri in transito, convinzioni certe, le ombre e la luce che,  selezionano un pensiero che viene  detto, oppure espresso in uno sguardo, in un movimento del corpo o altro. E la stanza si riempie di presenze, di fantasmi. Il pregio della serie sta secondo me nel fatto che attraverso personaggi e fatti restituisce quanto lavoro si faccia mentre si tace e quanto stia nella penombra o nell’ombra quando si parla, e non solo nell’analista. Appare la complessità e la multifattorialità dell’umano, il dialogo interno e a più livelli che si svolge in noi e con gli altri.

In un vero incontro analitico invero, il film, un po’ diverso e più approfondito, si svolgerebbe prevalentemente nei pensieri, nel silenzio e nell’ascolto. Ma il dott. Mari è bravo lo stesso: e lo sguardo attento e partecipe, a volte troppo, diviene il nostro sguardo! Coloro che frequentano lo studio, che hanno visto In Treatment, si sentono sollevati:” è proprio tutto diverso, io sono diversa e anche loro lo sono”. Chiarito questo, passano oltre e a mio avviso seguono la fiction godendone. 

Coloro che  non hanno mai avvicinato la stanza d’analisi mostrano stupore e qualche attenzione, “quante emozioni ….quanti scontri! Che fatica che fate!”. E sembrano dire : possibile? E poi chiedono anche: “ma è proprio così?”. Detto altrimenti: ma è vero o non vero che tutto questo accade (dentro di me)? In sintesi questo dott. Mari è  simpatico, sbaglia, non capisce, chiede spiegazioni, si corregge, ha paura, va anche lui dall’analista! E’ proprio umano. Magari per alcuni, anche il proprio analista ora lo sarà un po’ di più e diverrà  più un compagno di viaggio in acque perigliose e meno colui che, di miracolo in miracolo, se non va bene “non resta che Lourdes”!