Innovativa e rivoluzionaria per il tema trattato, la versione italiana di In Treatment, è un piccolo grande capolavoro a tinte forti. Premiata con due Emmy e un Golden Globe, acclamata dalla critica e attesissima dal pubblico, la serie sbarca su Sky Cinema 1 il primo aprile. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì Sergio Castellitto darà il volto al protagonista Giovanni Mari, lo psicanalista che per sette settimane incontrerà i suoi pazienti e metterà in gioco se stesso. Dopo aver sentito gli attori, la parola passa a Vladan Radovic, il direttore della fotografia che attraverso i suoi occhi fa parlare i personaggi anche quando è il silenzio ad avvolgerli.

In quanto tempo avete girato In Treatment?
Abbiamo girato trentacinque episodi in dodici settimane, un tempo record nel senso che abbiamo girato una ventina di minuti al giorno, il che non è per niente semplice: si trattava di ciak molto lunghi. In una giornata normale si girano in media due, tre minuti di film, c’è una bella differenza.
E’ stato difficile girare in un’ambientazione volutamente così scarna?
Da un lato è stato come in uno spettacolo teatrale, dall’altro molto divertente. Gli attori erano bravissimi e durante il ciak giravamo con tre macchine: facevo il primo piano di Barbora Bobulova ed era talmente interessante che a un certo punto aprivo l’occhio per vedere come Adriano Giannini reagiva alle sue battute.
Un’esperienza professionale ed emotiva molto forte.
Sì, la troupe e tutti noi che stavamo dietro le macchine da presa ci trasformavamo nel pubblico che aveva il piacere di vedere gli attori recitare. Allo stesso tempo era anche molto faticoso perché in tutto questo dovevamo fare il nostro lavoro di operatori. E’ stato bello: i ciak lunghissimi ci hanno regalato alcune anteprime bellissime di In Treatment. La serie è nata sotto i nostri occhi.
Come è stato lavorare con Saverio Costanzo?
E’ stata un’esperienza intensa. Abbiamo lavorato insieme per creare l’atmosfera fotografica giusta per ogni racconto. Lui è stato il primo spettatore, aveva il lusso di vedere tutto in tutt’e tre le macchine, mentre noi dovevamo aprire un occhio per capire qual era la reazione dell’altro personaggio, lui poteva direttamente vedere campo e controcampo, e dava il giudizio finale sulla scena.
Ha visto la versione americana della serie?
Ho visto In Treatment nel momento in cui mi hanno proposto di fare la serie italiana, è stato molto interessante, mi ero detto che per iniziare avrei visto un episodio e poi con calma tutti gli altri: alla fine invece sono stato rapito dalla prima storia e ho visto di seguito tutti gli altri in pochissimo tempo.
Ci parli dell’atmosfera di In Treatment.
Il mio stile nel fare la fotografia sta nell’adattarmi al racconto, senza creare distrazioni. Nei trentacinque episodi, ambientati tutti nello stesso posto e alla stessa ora, abbiamo voluto ricreare un’atmosfera diversa ogni volta. A seconda della storia da raccontare e del clima da enfatizzare, abbiamo chiuso le tapparelle o aperto le tende.
Cosa le hanno lasciato le sedute di In Treatment?
Ti senti cambiato, uno psicoterapeuta è abituato ad accogliere problematiche e assorbire emozioni di quel genere, noi invece abbiamo vissuto le storie di ogni personaggio  senza filtri. Alla fine delle giornata rifletti su tutto quello che hai fatto, visto e sentito. Durante le riprese poi gli attori erano talmente convincenti che abbiamo vissuto i loro racconti come se fossero reali.