In Treatment è la prima serie tv della storia che crea dipendenza e osa l’inosabile, entrare nello spazio più intimo e inviolato della società moderna: lo studio di un terapeuta. La versione italiana dell’omonima serie cult americana si ispira al format israeliano “Be Tipul”, ideato dal regista Hagai Levi e di cui sono stati realizzati adattamenti in tredici paesi. Ma scopriamo insieme il protagonista che veste i panni di Giovanni Mari, l’analista che ogni santo giorno incontra i suoi pazienti per incontrare se stesso. E si svela a sua volta davanti agli occhi attoniti degli spettatori.

Come definirebbe In Treatment?
Partirei da quel gerundio per dire che In Treatment non è qualcosa che è accaduto o che accadrà ma è qualcosa che sta accadendo. E’ qualcosa che accade durante, qualcosa che accade mentre accade, e lo spettatore è catturato proprio da questo, dalla sensazione di essere lì presente in quel momento. Dal punto di vista emotivo è molto affascinante, e poi c’è la parte migliore del teatro, quella fortemente simbolica che consente allo spettatore di mettere in campo la propria fantasia.
La serie si ispira al format israeliano Be Tipul, cosa pensa della versione originale?
La serie israeliana è l’origine di tutto. Israele è un paese in guerra perenne, e mi ha sempre colpito il fatto che scrittori e sceneggiatori israeliani abbiano voluto in qualche modo inventare una serie tv su una guerra interiore. Hanno deciso di raccontare l’interiorità attraverso la costruzione di personaggi abbastanza comuni, questa è una delle grandi forze della serie.
Cos’ha di diverso la versione italiana?
Ho amato moltissimo la serie firmata HBO e apprezzato l’enorme qualità professionale, ma anche noi abbiamo fatto un lavoro di altissimo livello, sia dal  punto di vista formale che della qualità della recitazione. In qualche misura Saverio e noi attori siamo riusciti a metterci dentro del nostro: al di là del format, anche nel rifare ci vuole talento, devi saper prendere il buono. Il valore aggiunto è la nostra “mediterraneità”, quel sapore emotivo più caldo, meno anglosassone. E’ stata una bella avventura.
Qual è la vera novità della serie?
L’idea geniale è raccontare una storia attraverso 5 storie che hanno una frequenza quotidiana, settimanale, e ripetitiva. Ogni fine settimana lascia una zona di secondamento, come al termine di un parto. Uno spazio in cui le polveri sottili dell’anima scendono a terra e ognuno ha il tempo di ragionare, rivedere e ricollocare le cose. E ricominciare dal lunedì, attraverso un nuovo paziente, e un nuovo segreto.
E dal punto di vista estetico?
Parliamo di una serie dove non c’è immagine se non quella evocata attraverso il fiume di parole pronunciate dai personaggi. Tutto è lasciato alla capacità di immaginazione dello spettatore. Poi c’è la posizione della poltrona dello psicanalista, della sua nuca, della macchina, niente di nuovo sotto il cielo, però forse dietro quella nuca c’è lo spettatore. Nascosto, come un’onda che arriva dall’altra parte e torna indietro, riparte e torna indietro.
Cos’è per lei una seduta di psicanalisi?
Il racconto di una guerra intima, di un conflitto, di un tentativo di comprendere l’origine di quei conflitti e se va bene, anche la possibilità di guarirne. Anche se credo che il fine ultimo, lo scopo della psicanalisi sia capire e sapere, più che guarire. Nella serie c’è un elemento di confessione, niente di religioso, però quella stanza sembra un enorme confessionale, ci manca l’inginocchiatoio e i rumori della realtà sono attutiti, vengono da lontano.
Ci racconti del suo personaggio.
E’ un uomo nel mezzo del cammin della sua vita. Accanto alle cinque storie analizzate la storia di Giovanni Mari è forse la più inquietante. All’inizio lo vediamo sapientemente seduto, elegantemente vestito, sobrio, con una grande capacità di ascoltare l’altro, poi lo scopriamo nei panni di dottor Jekyll e Mr. Hyde quando torna dalla sua tutor  farsi psicanalizzare. Giovanni non è soltanto il terapeuta, ma un padre, un amante, un marito, un professionista, un uomo disperato, è tante cose insieme.
Lei come lo definirebbe Giovanni Mari?
Una specie di iena buona che si nutre del pasto dei suoi pazienti, una specie di Masterchef dell’anima: lui insegna e impara, assaggia le emozioni che riceve ogni giorno, le mette insieme, dice la sua e poi quando è solo prova a rifare quel piatto per se stesso, e prova a capire quanto di quel piatto riguardi anche la sua vita.