Cosa ne pensa della versione americana di In Treatment?
Prima di vederla, ho letto le sceneggiature dell’adattamento italiano. Dopodiché ho guardato la prima settimana della serie statunitense e l’ho trovata davvero molto bella e interessante.
E quella israeliana da cui deriva il format?
Ho incominciato a guardarla dopo aver incominciato a lavorare al progetto italiano. È diversa da quella americana, si vede proprio che si tratta di un prototipo e in quanto tale manca di ricchezza rispetto alla versione a stelle e strisce. Mi sono domandato come mai una serie del genere sia nata proprio lì, in Israele, e alla fine sono arrivato alla conclusione che avere come realtà costante la guerra, presente ovunque e in ogni momento, fa sì che si estremizzi ogni forma di racconto. E In Treatment è un prodotto assolutamente estremo, soprattutto se si pensa che è un prodotto nato per la televisione che consiste in puntate che coincidono con sedute psicanalitiche condotte quasi in tempo reale.
Cosa l’ha spinto a diventare regista di In Treatment?
Innanzitutto mi stimola molto occuparmi di un remake; non snobbo di certo la regia di film scritti da altri e alla stessa maniera l’idea di adattare un progetto televisivo già esistente mi ha subito invogliato a metterci le mani. È stata un’occasione per misurarmi con qualcosa che esisteva già, il che mi ha permesso in un certo senso anche di annullare un po’ il mio io, come se fossi un pittore che deve riprodurre un soggetto già dipinto da un altro: anche se la tavolozza dei colori è la stessa, il tocco e il tratto non potranno mai essere uguali.
Crede che nella versione italiana ci sia una certa mediterraneità intrinseca?
Assolutamente no. In Treatment è semmai un prodotto anglosassone nella sua forma più pura. Soltanto nella lingua italiana esce fuori la mediterraneità, ma per il resto è molto anglosassone, parecchio secco, il che è a mio avviso il suo bello. Inoltre la versione italiana di In Treatment ha la fortuna di avere alle spalle sia quella israeliana sia quella americana: esaminando attentamente quelle, abbiamo potuto eliminarne gli errori e limare tutto ciò che ci sembrava frutto di un certo pressapochismo. Il prodotto italiano è più curato, anche la lingua non scade in slang o inflessioni mediterranee, semmai è arricchita da accenti stranieri, che è la cosa più italiana dell’Italia di oggi.
A quale altro prodotto televisivo potrebbe essere paragonato In Treatment?
Direi la soap opera, ma non a livello contenutistico bensì strutturale: il suo formato è quello del quotidiano, esattamente quello delle telenovela da venticinque minuti a episodio. Inoltre similmente a quanto accade nelle soap opera, anche in In Treatment ti basta guardare una sola puntata per capire immediatamente cosa è accaduto prima. Ma non perché si ripetano le cose migliaia di volte come nelle soap! Ogni puntata è strutturata su tre atti precisi, con prologo, epilogo e un piccolo colpo di scena che rimanda al colpo di scena finale, quello che ti invoglia a tornare su quel personaggio un’altra volta. Da un lato ha una struttura molto televisiva, dall’altro si avvale di un linguaggio assolutamente cinematografico.
Anche il teatro ha in qualche modo influenzato la regia di In Treatment?
Un po’ sì, tuttavia c’è più cinema che teatro. A livello di regia, non c’è quella staticità che ci sarebbe a teatro. E sinceramente credo che vedere In Treatment a teatro non sia piacevole… C’è bisogno di movimenti di macchina, di primi piani, di sottolineature, è necessario avere cambi asse e racconti cinematografici. Non essendoci corpi che si muovono nella spazio scenico, a teatro sarebbe davvero difficile seguire attentamente la storia: due persone sedute che parlano dopo un po’ non riescono più ad attirare l’attenzione dello spettatore. È qui che entra in scena il cinema: grazie ai suoi “trucchi”, riesce a tenere il pubblico incollato allo schermo e a non far perdere nemmeno una delle parole dei personaggi.
Di cosa parla la serie?
Tutto ruota attorno alla crisi che sta vivendo Giovanni Mari, lo psicanalista protagonista della serie. La sua crisi di mezza età, familiare, genitoriale… Ogni suo paziente è un lato dello psicanalista, per esempio Alice, la ragazzina, simboleggia il suo rapporto (mancato) con la figlia, mentre il rapporto con Sara (Kasia Smutniak, n.d.r.) simboleggia la passione ormai perduta con la moglie e quello con la coppia in crisi, Lea e Pietro, incarna il rapporto attuale con sua moglie. Dario, il poliziotto, incarna invece il suo lato più maschile e selvaggio.
Come avete scelto il cast?
Tramite i provini, che ci hanno assorbito totalmente per lungo tempo. Avevamo bisogno di attori che riuscissero a lavorare su lunghissimi ciak, con scene di venticinque minuti in maniera tale da creare un corpo che risultasse unico. Cercavamo attori accademici, che avessero una padronanza perfetta della lingua italiana, una dizione impeccabile visto che qualsiasi inflessione o incaglio crea distrazioni nel pubblico di In Treatment.
Reputa fondamentali le prove prima di girare la scena?
Le prove sono il vero fondamento, soprattutto per una serie come In Treatment. Trattandosi di ciak di venticinque minuti, le prove sono state basilari per una recitazione perfetta ma anche per un’immersione totale di noi tutti nella storia.
Cosa ne pensa della psicanalisi su cui poggia In Treatment?
Sinceramente mi lascia dubbioso; questo vis-a-vis, questo faccia a faccia che mette la mia personalità contro la tua non mi convince appieno. È anche vero, però, che da questa sorta di lotta nasce poi la cura e che Giovanni Mari riesce davvero a risolvere i tuoi problemi, non dico solo quelli dei personaggi, ma addirittura quelli degli spettatori: in ventisette episodi, il pubblico ha la percezione di essere stato davvero in analisi, di aver attraversato lo stesso percorso terapeutico del personaggio sullo schermo.
Com’è stato lavorare con Sergio Castellitto?
Un’esperienza a dir poco eccezionale. Sergio Castellitto è senza dubbio la persona più istintiva ch’io abbia mai conosciuto. Una voce e una presenza davvero incredibili.