Si chiama Sara e ha 33 anni. Va dall’analista perché ritiene di non meritarsi il bello che la vita le ha dato. E per graffiare ancora la sua anima si innamora di Giovanni Mari/Sergio Castellitto, il suo salvatore. A interpretare questa figura bella e tormentata in In Treatment è Kasia Smutniak. Con lei violiamo uno dei luoghi più sacri del mondo, il divano dello psicoterapeuta.

Signora Smutniak come è cominciata questa avventura?
Ho visto qualche puntata della serie israeliana, il regista Saverio Costanzo ha preferito darmi quella per il mio di personaggio.
Perché?
Diceva che questa donna è un po’ più simile a me che sembra più maschiaccio. Oltre un certo punto non sono voluta andare perché c’erano aspetti differenti e non volevo essere troppo influenzata.
Ha visto qualcosa della serie americana?
Le puntate col mio personaggio. La trovo più speculare alla versione italiana. Ma anche in questo caso poche per evitare condizionamenti, è la prima volta che mi capita di vedere un personaggio che già è stato fatto.
Assomiglia di più alla sua omologa israeliana o americana?
L’americana è più esplosiva, più femminile, più donna. Ma forse assomiglio di più all’israeliana.
Impegnativo fare la paziente davanti alla telecamera?
Mai successo di essere inquadrata così tanto. In un film succedono tantissime cose, certo ci sono scene dove hai dei monologhi ma in realtà il film si basa su vari personaggi e su varie situazioni, qua tutto è basato su quello che succede in quella stanza. E’ un dialogo!
Cosa le piace di In Treatment?
La cosa più originale è la sceneggiatura. Ogni puntata è scritta in un modo fantastico, quando leggi non sai mai come va a finire e c’è sempre un colpo di scena finale che ti fa venire voglia di vedere altre puntate subito.
Monologhi lunghi?
Sì ma scritti in un modo che per noi è stato semplice impararli.
La recitazione?
Le prove le abbiamo fatte mesi prima col regista. Così quando siamo andati sul set eravamo a posto. Sembrava di essere a teatro. Le prove, a noi attori, sono sembrate vere sedute: ore chiusi in una stanzetta! Ma quanta creatività. Uscivamo svuotati. Ogni ciak era una seduta.
Una seduta vera?
Esatto. Chi ha provato sa che esci dallo studio dell’analista senza energia.
Il regista lavorava come un analista?
Eccome! Quando giravamo stavamo all’interno di una stanza, mentre Costanzo era all’esterno davanti al monitor. Io percepivo mentre giravo cosa gli piaceva e cosa no in base agli spostamenti sulla sedia.
La postura è importante, dunque.
In questo progetto è determinante qualunque tipo di movimento: hai 25 minuti di monologo e devi ricordarti esattamente che movimenti hai fatto e in che momento.
Ci presenti Sara, il suo personaggio.
E’ l’opposto di me, mi affascina. È stata una cosa stranissima: all’interno della storia inevitabilmente si trovano aspetti comuni, il personaggio lo fai tuo, cerchi nel tuo passato, nel tuo immaginario, dentro te stesso cose che ti possono accomunare a lui. La cosa sconvolgente è che i problemi suoi li fai tuoi e cerchi di farteli curare ed è assurdo.
Che fa Sara nella vita?
Ha 33 anni, è una anestesista che sta per sposarsi ma ama il suo psicanalista.
Perché è in terapia?
Ha subito un trauma nel periodo successivo alla morte della madre. La vedo come una ex Lolita. Bisogna capire se il suo amore per Castellitto-Mari è vero o un retaggio del passato. Usa il sesso in maniera distruttiva, si costruisce una vita fasulla perché crede di non meritarsi il bello che ha realmente. Mi fa una profonda tenerezza.
Quando scatta la scintilla con Giovanni Mari?
Alla prima seduta rivela quello che sente veramente e da lì la relazione tra analista e paziente cambia e viene intossicata da questo sentimento molto forte e a un certo punto ricambiato. All’interno di questa storia c’è un problema morale per l’analista: quale è il confine da non superare? Aggiungiamoci che lei è attratta da uomini più adulti e che quella che noi vediamo non è la prima seduta reale, lei è un anno che si confessa a Mari.
Giudichiamo Saverio Costanzo?
Sa lavorare con gli attori, aveva idee chiare sui personaggi ma era aperto a ogni proposta.
Che pensa di questo tipo di terapia?
Dovrebbe essere accessibile a tutti. Questo tabù intorno a psicanalisi, psicoterapia e analisti dovrebbe essere rotto. Basta credere che chi va in analisi è un  debole: anzi è il contrario. Io non ho paura della psicanalisi, penso che serva davvero a tutti quanti.
Ma si entra nella vita delle persone…
Non ho detto che è facile. Non è una cosa leggera, servono coraggio e maturità per affrontare un’analisi. In Treatment apre un velo su quel mondo. Si capisce chi ci va da tempo e chi è al primo giorno. E non dimentichiamo che l’ultimo giorno è lo stesso psicanalista ad andare dallo…psicanalista!