Nella versione italiana dell’omonima serie tv americana realizzata da HBO e in onda su Sky Cinema 1 a partire dal 1° aprile, il martedì è il giorno di Dario, un carabiniere impegnato in missioni ad alto rischio come infiltrato nelle organizzazioni criminali. La sua storia racconta l’inconscia paura di morire, e i fantasmi di una sanguinosa indagine condotta all’estero. Un evento traumatico gli cambierà la vita e lo porterà dritto nello studio del dottor Giovanni Mari interpretato da Sergio Castellitto.

Cosa ne pensa di In Treatment?
E’ una serie che in qualche modo si avvicina moltissimo al teatro, e nel silenzio crea uno spazio intimo di ascolto. Offre la possibilità di potersi ascoltare, ascoltando. La prima volta l’ho vista con grandissima curiosità, quando mi accingevo a interpretare il mio ruolo. Poi ho smesso di guardarla perché non volevo essere condizionato dall’interpretazione di altro.
Ci parli del suo personaggio.
Rispetto alla versione americana il mio personaggio è stato cambiato per adattarsi meglio alla cultura italiana. Il mio Dario non è un pilota d’aerei distaccato rispetto alle cose, ma un carabiniere infiltrato completamente dentro ai rapporti e alle relazioni con gli altri. Ad un certo punto della sua vita gli succede qualcosa di drammatico che lo porta a fare i conti con la sua esistenza.
C’è qualcosa che la accomuna al suo personaggio?
Mi piace pensare che fare l’infiltrato sia un po’ come fare l’attore: fingere, recitare, essere, dalla mattina alla sera, un personaggio che nella realtà non ti appartiene. La differenza sta nel rischio che si corre, un carabiniere mette a repentaglio la sua vita, a un attore come me possono al massimo tirare dietro una sedia. 
Dario incontra qualche resistenza in analisi?
E’ un personaggio molto contradditorio, sembra che non voglia aprirsi, sfoggia la sua corazza solo in apparenza inscalfibile, in realtà parla continuamente, suo malgrado. Si oppone in tutti i modi ma poi sviscera tutto.
E lei invece ha incontrato qualche resistenza?
La serie impone di scavare dentro i sentimenti (l’analisi del resto è anche questo), e io mi sono affidato. Mi sono sentito comodo, e con questo non voglio dire che sia stato facile. Credo sia molto importante l’occhio di chi ti guarda, e io non mi sono sentito giudicato.
E’ mai stato in analisi?
Rispetto alla psicoterapia mi sento abbastanza vicino alla posizione di Dario, ma non sono mai andato in analisi, anzi in realtà ci sono stato per due giorni. Penso che l’analisi sia un luogo dove poter dire cose che non diresti mai a nessuno.
Pensa che le donne siano più inclini alla terapia?
Non mi sento di generalizzare, ma forse le donne hanno più facilità ad aprirsi perché si sentono meno giudicate. Dario invece si sente sempre attaccato in qualche modo, e rimane sulla difensiva.
E il dottor Giovanni Mari come lo vede?
Inizialmente penso che sia in qualche modo un carceriere, successivamente un padre, un fratello, un nemico e poi…semplicemente una possibilità.