Sergio Castellitto, In Treatment: “Un’avventura unica e irripetibile”

E’ con queste parole che Sergio Castellitto descrive la serie che ha portato la psicoanalisi sul piccolo schermo rivoluzionando il linguaggio della narrazione. In attesa del prossimo appuntamento con Giovanni Mari, su Sky Atlantic ogni sabato a partire dalle 21.15 con gli episodi della stagione finale, leggi l’intervista e scopri cosa ci ha raccontato il protagonista indiscusso di In Treatment

 

di Barbara Ferrara

 


In Treatment chiude i battenti con la sua terza e ultima stagione, e mentre le storie dei protagonisti si avvicendano nello studio di Giovanni Mari su Sky Atlantic ogni sabato a partire dalle 21.15, abbiamo chiesto a Sergio Castellitto, per la terza volta nei panni dello psicoanalista più amato del piccolo schermo, cosa pensa del suo personaggio e della “fine” a cui anche i fan più incalliti della serie dovranno, loro malgrado, rassegnarsi.

 

“Pensare alla fine provoca in me una dolce nostalgia, ma tutte le storie devono avere una loro conclusione ed è anche la loro conclusione che le rende irripetibili”. Castellitto sottolinea con grande entusiasmo che “ci saranno 105 episodi gettati nell’aria, e chiunque li voglia vedere e rivedere nel tempo potrà farlo. Sky offre la possibilità di rivivere e rivedere tutti gli episodi. Non parliamo più di generalismo, In Treatment lo vedi quando vuoi, dove vuoi, con chi vuoi. Da tanti punti di vista è un’esperienza unica e irripetibile”.


E se, puntata dopo puntata, capiterà di rammaricarci per il Dottor Mari, perché nonostante il suo periodo di riflessione lontano da tutti e da tutto lo ritroviamo inquieto, alla continua di ricerca di un punto fermo nella vita, affannato come i suoi pazienti a fare i conti con il passato e con i conflitti irrisolti che da questo derivano, ricordiamoci che “La crisi è una condizione fondamentale dello psicoterapeuta ed è una questione fondamentale anche per un artista: senza crisi non c’è movimento, va vissuta come qualcosa di positivo e dinamico. Gli si attribuisce un significato negativo che non ha” – parola di Sergio Castellitto.

 

In Treatment: un viaggio durato tre stagioni che sta per concludersi, come lo descriverebbe?
Un’avventura umana e artistica irripetibile e straordinaria. Un’esperienza speciale dal punto di vista televisivo, nel senso che si stacca da ogni altro genere di serie tv, perché rinuncia a qualsiasi canone narrativo che non sia soltanto quello della parola e della relazione umana fra due attori, due persone chiuse in una stanza.
Due persone chiuse in una stanza che si parlano, la parola reclama la sua preminenza.
In Treatment restituisce alla parola il suo primato, l’unico vero miracolo. Tutto lo spettacolo è stato nelle parole, nella pause, nei silenzi, nelle emozioni che gli attori sono riusciti a tirare fuori davanti a me, con me, attraverso me. In questo senso parlo di un’avventura irripetibile che ha cambiato le carte in tavola dal punto di vista della narrazione.
Ci sono stati momenti vissuti con particolare intensità?
Tutti gli incontri sono stati molto speciali. Ritrovare Margherita Buy, così entusiasta su un personaggio così affascinante: da attrice interpretare un’attrice, ci riguarda e ci tocca da vicino. Poi c’è Bianca, la ragazza di periferia, l’adolescenza combattuta di Luca, il prete e poi l’incontro interiore ed entusiasmante con la tutor.
Il personaggio a cui si è più legato in queste tre stagioni?
Sicuramente tutti i rapporti con il mondo adolescenziale dei ragazzi, ricordo Irene Casagrande (Alice) nella prima stagione, Francesco De Miranda (Mattia), il ragazzino figlio della coppia di separati, quest’anno invece c’è Luca (Brenno Placido). Tutti episodi emotivamente molto toccanti, forti. Nel momento in cui ti avvicini a quel mondo devi utilizzare strumenti ancor più prudenti perché è un territorio fragile e pericolosissimo. Il mondo degli adulti si fa attraversare da nevrosi, da un ego un po’ arrugginito, il mondo dei ragazzi è sorprendente.
Parliamo dei due personaggi inediti di questa ultima stagione: Bianca, il suo linguaggio è completamente diverso dagli altri, come è stato relazionarsi a lei?
E’ stato molto facile, quando hai degli attori bravi davanti a te, anche tu sei più bravo. E poi non dimentichiamoci che alla base di tutto questo c’è un'eccellente scrittura, un gruppo di sceneggiatori che ha sviluppato le storie e ne ha inventato di nuove in maniera formidabile. Il paradosso è che tutto ciò fa pensare che In Treatment non debba finire, però è vero che tutte le storie devono avere una loro conclusione ed è anche la loro conclusione che le rende irripetibili, in qualche senso mitiche.
Con Padre Riccardo com’è andata? Sul set dice che la fede è necessaria a sopravvivere: ne è convinto?
Io sono un artista e non posso vivere senza fede, poi si può avere fede in Dio, nell’idea della fantasia, nell’idea dell’arte, l’arte in qualche modo è legata a un principio di fede, produce un senso del futuro e io credo a tutto: credo a Dio e non credo a Dio, credo nei sette nani e credo a mia moglie, credo nelle persone e credo nelle possibilità.
Il dialogo con Domenico Diele alias Padre Riccardo le ha suggerito nuove riflessioni sul tema della religione?
Il tema interessante era che in studio c’erano due confessori, un confessore religioso che parlava a un altro confessore laico, si raddoppiava dunque il rito confessionale; la terapia è un rito confessionale in cui un uomo o una donna raccontano una storia, svelano un segreto. Lo psicoterapeuta si pone in ascolto, il capo religioso perdona, i due personaggi non sono lontani, e nemmeno l’ambientazione lo è, quelle luci soffuse, quell’atmosfera raccolta ricordano un confessionale.
Di recente ha dichiarato che recitare le regala una certa libertà interiore, cosa intende?
Per me recitare è libertà: è liberatorio sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista mentale.
Un po’ come fare analisi.
Decisamente, è una forma di terapia: l’attore si nasconde dietro un personaggio e parla attraverso parole non sue, e forse in quel modo racconta anche la sua opinione del mondo.

 

 

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