di Benedetta Guerrini e Cristina Saottini, membri S.P.I.

 

 

La psicoanalisi, come la vita, è sempre in qualche modo drammatica, anche quando si nasconde dietro le pieghe di un’apparente banalità. E il dramma è azione. Rita, Riccardo, Luca e Bianca sembrano lottare disperatamente contro l’irrompere del dramma nella loro vita e lo fanno inizialmente minimizzando il problema che li porta nello studio di un’analista: “Non ricordo le battute del copione”, “Me l’ha imposto padre Carlo”, “E’ stata la professoressa Grandi”, “Lei mi deve dare qualcosa che mi fermi questa cosa che mi è venuta”.


Con il passare delle settimane il copione ci mostra come si possa passare da queste fasi di apertura di un incontro analitico in cui ci si presenta, proprio come nella fiction, per quello che di sé si conosce, la propria divisa (“sono un’attrice”, “sono un sacerdote”, “sono un omosessuale”, “sono una che ce la fa”) a iniziare, lentamente, a pensarsi, grazie alla presenza dell’analista che invita a guardare dentro le proprie relazioni familiari e affrontarne i primi nodi dolorosi: Rita deve iniziare a “vedere”, insieme a noi, una sorella così diversa, ma forse così pericolosamente uguale; Riccardo due genitori troppo presi dal loro amore per la musica; Luca lo shock di una madre biologica che ricompare dal nulla a travolgere le già complicate dinamiche edipiche con i genitori adottivi; Bianca deve avvicinarsi con paura e dolore all’altra faccia dell’amore.


In questa terza settimana una svolta importante: sembra iniziare a prendere spazio scenico la relazione con l’analista, in altre parole quello che gli analisti chiamano transfert. E quando il transfert irrompe sulla scena, ogni commedia si trasforma in dramma. Ecco allora che nel setting l’atmosfera si scalda, si arroventa a tratti: l’analista diventa la madre di Rita che preferiva la sorella, il padre di Riccardo che pensa si sia fatto prete perché non ha risolto “i suoi problemi di testa”, il padre di Luca che all’irrompere dell’adolescenza non ha retto la diversità del figlio e si è allontanato, il padre di Bianca, misteriosa figura potentemente idealizzata e rimpianta che non sembra poter essere realmente incontrata senza scatenare una potente turbolenza emotiva.


Il transfert, che qui è rappresentato come diretta espressione delle emozioni dei pazienti nei confronti del dottor Mari, si manifesta in forme provocatorie e spiazzanti: tutti i pazienti, in un modo o nell’altro, cercano, come Rita, di far recitare all’analista il proprio personale copione interno. Quello che rende così speciale la relazione analitica è proprio lo svilupparsi del transfert e la possibilità che offre di mettere in scena il modo che ciascuno ha di vedere se stesso e di sentirsi visto. Quello che tutti i pazienti di Mari si aspettano, quello che ogni paziente sembra aspettarsi a un certo punto della terapia, è che l’analista occupi una posizione predefinita dal proprio copione psichico, perché, nonostante il malessere, la paura più grande resta quella di cambiare, di perdere quei modelli di riferimento interni intorno ai quali si è costruita la propria identità.


Così Rita teme/si aspetta che Mari, come la madre, tenga in mente soprattutto la sorella. Si sente esclusa da questo legame oggi come si era sentita esclusa da quello ieri, e cerca di riprendere terreno accorciando le distanze con l’analista, pretendendo di fargli recitare il proprio copione, così come voleva accorciare le distanze dalla madre malata mettendole il rossetto. Proprio quel copione di cui teme di dimenticare le battute. Trascinare l’analista in questa messa in scena significherebbe ancora una volta trovare una finta soluzione, fare qualcosa per non sentire qualcosa. 

 

Vedremo come se la caveranno la prossima settimana: in questa, di fronte a Mari che con ferma gentilezza tiene la propria posizione analitica, si allontanano arrabbiati. Ci sembra che questo escamotage scenico sia efficace per descrivere, nel breve spazio di tempo concesso dalla fiction, cosa può accadere veramente in una seduta: come sulla relazione reale tra il paziente e l’analista, al quale si può credere di aver semplicemente chiesto consiglio, si proiettino le ombre del passato che invadono il presente. Attaccarsi al copione, o come direbbero gli analisti, alla coazione a ripetere, per non rischiare la pena del pur desiderato cambiamento, è la battaglia che non può essere combattuta in assenza o in effige ma solo attraverso la relazione con l’analista nell’attualità del transfert.


E il terapeuta Mari che paziente è? Non esente da tutto ciò nella sua relazione con Adele, terapeuta giovane e forse un po’ didascalica. Anche lui cerca di farla agire chiedendole l’analgesico, anche lui si arrabbia e la aggredisce per tener a bada la propria paura e la propria vergogna. E’ faticoso lasciare l’illusione di una cura idealizzata e un po’ magica che lenisca ogni dolore senza chiedere cambiamenti.


Tutto sommato questa serie mette in scena con competenza (si sente che gli autori sono dei buoni lettori) molti movimenti della relazione analista paziente e lo fa senza spocchia, appoggiandosi al talento di uno straordinario cast di attori.


Se fossimo dentro quel mondo non ci dispiacerebbe affatto avere Mari come analista. Ci sembra sufficientemente umano, sufficientemente vicino ai pazienti, insomma, per dirla con Winnicott, un padre e un analista, pur con i suoi limiti, sufficientemente buono.