di Barbara Ferrara


Domenico Diele nasce a Siena, giovanissimo si trasferisce a Roma dove frequenta la Scuola Internazionale di Teatro e inizia la sua carriera di attore, si fa le ossa a teatro, suo primo vero banco di prova. Sul piccolo e sul grande schermo indossa i panni del classico bravo ragazzo, dell’eroe, talvolta anche del criminale psicopatico e violento come in Bolgia totale. I suoi ruoli lo vedono spesso in divisa, e il suo diventa un volto noto soprattutto grazie alla serie tv 1992 firmata da Sky e prodotta da Wildside. Diretto da Giuseppe Gagliardi, accanto a Stefano Accorsi, interpreta un agente di polizia giudiziaria che lavora nel pool di Mani Pulite. Animato da una sprezzante sete di vendetta lo ritroveremo in tutta la drammaticità del suo personaggio in 1993, da maggio su Sky Atlantic.

 

Nell’attesa, veste gli abiti sacerdotali ed entra nel cast della stagione finale, la terza, di In Treatment. Per la serie, ogni martedì, suo malgrado, varca la soglia dello studio di Giovanni Mari e accetta di farsi psicanalizzare. Insieme a quello di Bianca (Giulia Michelini), il suo personaggio tanto inedito quanto complesso, arricchisce l’adattamento italiano rispetto alle altre versioni dello show israeliano Be Tipul. Abbiamo incontrato Domenico Diele in occasione della conferenza romana che ha annunciato ufficialmente il debutto della stagione finale su Sky, a partire dal 25 marzo.


Conosceva la serie?
Sì, conoscevo il format, avevo visto la serie ed ero rimasto affascinato, ho avuto modo di parlare con alcuni degli attori che avevano partecipato, Adriano Giannini, Guido Caprino, sapevo da loro delle particolarità del prodotto, dei ciak lunghissimi, dell’importanza della memoria, dell’enorme lavoro da fare prima delle riprese, delle giornate infinite sul set. In effetti, in una giornata giravamo l’equivalente di venticinque pagine di copione, e durante il ciak poteva succedere di tutto.
Un aneddoto che ricorda divertito?
Non è stato un episodio in realtà, ma un particolare: il costume che indossavo, quella marchetta bianca sotto il collo, quando mi sono visto allo specchio, faceva un certo effetto.
Come si è sentito nelle vesti di un prete?
Non essendo un sacerdote non ho quella consapevolezza, non so cosa significa prendere i voti o avere la vocazione, sono scelte molto radicali, però studiando il personaggio ho cercato di immedesimarmi.
Come si è preparato per il ruolo?
Innanzitutto prendendo “la parte della parte”, quando arrivavano delle battute in cui Padre Riccardo doveva affermare la propria vocazione, la propria fede, io ero dalla sua parte almeno in quel momento, credevo a quello che stavo dicendo.
Interessante, oltre che complesso.
Sì, diciamo problematico, anche per un discorso ambientale, Padre Riccardo era l’unico che difendesse un principio non laico, dentro e fuori dalla finzione, tutte le persone che popolavano il set erano di matrice laica, e per il modo in cui Padre Riccardo esprimeva il proprio pensiero, veniva visto come un estraneo. Ricordo le grosse battaglie per difenderlo, almeno nel momento dell’azione, dovevo essere completamente dalla sua parte.
Cos’hanno in comune Domenico e Padre Riccardo?
Padre Riccardo al suo percorso sacerdotale accompagna anche una carriera accademica all’interno dell’Università Pontificia, ha un atteggiamento di dedizione al lavoro o a quello che si propone di fare che è un modello a cui cerco di rifarmi anch’io.
Ci riesce?
Non so se lo faccio o meno, però è un’aspirazione. Il suo è un atteggiamento rispetto al lavoro che ammiro, e trovo giusto.
Che esperienza ha della psicanalisi?
Ho avuto delle esperienze di analisi, anche se non così approfondite.
Ci crede?
Sì, credo che sia uno strumento valido di conoscenza di se, può tornare utile nell’ottica di non farsi sopraffare da certi aspetti della propria vita o del proprio carattere, o da cose che son accadute. E’ un percorso che aiuta ad avere più armi per superare momenti di dolore o di crisi.
Le è mai capitato di fare qualcosa per ubbidienza o senso del dovere come succede sul set al suo personaggio?
Per ubbidienza ho fatto tutto fino ai quattordici anni, nell’età adulta direi di no. Non credo di essermi mai trovato in una situazione di prevaricazione così chiara.
Padre Riccardo con Giovanni Mari ha un atteggiamento di chiusura: cambierà con la terapia?
Il suo atteggiamento chiuso non lo aiuta, però alcune parole, alcune cose, alcune osservazioni fatte dal dottor Mari in qualche modo incuriosiscono Riccardo, e pian piano riesce ad aprire uno spiraglio senza neanche accorgersene. Se ne fosse consapevole probabilmente abbandonerebbe le sedute.
E' la prova che la terapia ha funzionato?
Sì, ed è anche il suo desiderio più intimo, anche se naturalmente non lo ammetterebbe mai.