di Barbara Ferrara

 

 

E’ da Stefano Accorsi che nasce l’ambizioso progetto di raccontare in una serie tv il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, raccontare gli anni che hanno cambiato la storia del nostro Paese, non è stato semplice,  ma “appassionante” – parola di Accorsi. Dopo aver assistito all’inquisizione di Craxi e agli scandali di Tangentopoli in 1992, 1993 si focalizza sulla tormentata storia italiana di quell’anno, e sulle  tormentate storie dei protagonisti. La corruzione dilaga, e a regnare è il caos. E’ ufficialmente l’anno del terrore.

 

La corsa al potere che investe i protagonisti della serie è inarrestabile, ognuno pensa a salvarsi la pelle, e sullo sfondo, le bombe della mafia scuotono l’Italia. I personaggi si muovono nello spazio angusto dell’incertezza più totale, tutto può cambiare in un batter d’ali. Non c’è tempo per pensare, i protagonisti di 1993 cercano di sopravvivere come meglio possono, costi quel che costi. E se c’è qualcuno che ha già venduto l’anima al diavolo, questo è Leonardo Notte.

 

Abile manipolatore e seduttore senza remore, Leonardo non si arrende, mai. Anche quando il suo destino sembra segnato. Sogna di essere l’uomo numero uno di Berlusconi, si rivolge al nemico e fa il doppio gioco con D’Alema, sceglie di salire solo sul carro dei vincitori. L’ultima scena della serie lo vede davanti all’Hotel Jolly di Milano alla corte di Silvio, ma a quell’incontro, suo malgrado, non arriverà. Non per ora. In attesa di sapere quali saranno le sorti dell’inaffidabile Notte, una cosa è certa: “Sarà un roboante 1994”.

 

Come è stato raccontare gli anni che hanno cambiato la storia del nostro paese?
In una parola, appassionante. Ho portato la mia idea a un  produttore e questa si è tradotta nella serialità di 1992, 1993 e di 1994, è stata una bella sensazione e se ci penso è esaltante. Inoltre è appassionante poterci lavorare, gli sceneggiatori che hanno creato questo format hanno dato modo a noi attori di lavorare su dei personaggi emblematici e spesso liberatori.

 

Liberatori?
Sì, perché dal punto di vista morale ti consentono di scardinare un certo tipo di approccio al personaggio, non è una serie in cui i buoni sono separati dai cattivi, è tutto più complesso, come interpretare certi personaggi di Shakespeare. Ci sono caratteri che fanno delle cose estreme e le fanno molto serenamente.

 

Interpretare Leonardo Notte è stato catartico?
Portare in scena un personaggio con delle zone d’ombra così importanti e ingombrarti è sicuramente catartico, e poi c’è un’altra cosa: il fatto che tutti questi personaggi abbiano un rapporto così disinibito con il potere e il sesso è liberatorio anche per chi guarda. Tutto sommato si parla poco di quanto il sesso sia un motore che muove tantissime cose nella nostra società, e questo dipende anche dalla nostra tradizione culturale.

 

Cusani in carcere dice a Leonardo che entrambi sono idealisti venduti al potere: quale sarebbero gli ideali di Notte?
Difficile chiamarli ideali. Nel momento in cui si lancia nel progetto politico che diventerà Forza Italia, lui ci crede, o meglio, crede in un futuro diverso, più moderno. Crede nelle cose che funzionano, è diventato un iperrealista, in quel suo progetto c’è un desiderio di migliorare le cose, ma non arriverei mai a parlare di idealismo per Leonardo.

 

Per  quale personaggio simpatizza, e quale ruolo avrebbe interpretato se non avesse vestito i panni di Notte?
Premesso che io sono pazzo di Leonardo Notte, sono il suo primo fan e per me c’è lui come attore in questa serie, empatizzo con il poliziotto Luca Pastore e mi diverte tantissimo Pietro Bosco.

 

Notte dice che “E’ il padre che ti scegli a determinare chi sei”: è d’accordo? E il suo, che padre è stato?
E’ un discorso lungo, complesso e psicanalitico, detto questo penso che il nostro primo riferimento paterno è il padre biologico con il quale, nel bene e nel male, facciamo i conti tutta la vita,  poi penso anche che ciò che dice Leonardo sia in parte vero: noi tutti traiamo fonte di ispirazione da diverse persone al di fuori della famiglia che usiamo in funzione paterna. Leonardo può dire quella frase anche perché ha tagliato il rapporto con le sue radici e in un modo narcisistico e presuntuoso, inconsciamente si è auto eletto padre di se stesso. Non dimentichiamoci inoltre che è un seduttore e mira naturalmente a sedurre.

 

Come si è preparato al ruolo?
Al di là del grande lavoro sulle sceneggiature, sulla lettura, io lavoro abitualmente con la coach Anna Redi, con la quale negli ultimi anni ho preparato tutti i ruoli, e in quel caso specifico ho lavorato anche con una seconda coach perché per studiare un personaggio così forte che non è un personaggio esplosivo ad effetto bisognava lavorare molto nell’interiorità. Di stagione in stagione ci sono delle cose che si sedimentano all’interno dell’attore. Era laprima volta che riprendevo lo stesso personaggio dopo 5 mesi, è come il teatro.

 

La scena più impegnativa di 1993?
Tutte le scene in cui Leonardo si confronta con la verità, sia quelle con Laura Chiatti, quando lei scopre che io conoscevo Venturi e forse ancora di più le scene con Calabresi quando parlano di come è andata la sua vita, qui lo sguardo di Leo cambia completamente.

 

L’ultima scena la vede davanti al Jolly Hotel, un'anticipazioni su ciò che ci aspetta in 1994?
Se in 1992 chiudevo con la frase “sarà uno splendido 1993”, chiudo 1993 dicendo che “sarà un roboante 1994”. Succederanno delle cose incredibili, c’è la discesa in campo, la campagna elettorale, il potere che agisce, tutta la teoria si confronta con la realtà, il terremoto in Parlamento.

 

E Leonardo?
Leo ci lascia con il fiato sospeso, ma così come è riuscito a fare il doppio gioco egregio con Massimo D’Alema, saprà inventarsi qualcosa di nuovo per realizzare il suo desiderio, per meglio dire il suo sogno. Il sogno è come un motore segreto e Leonardo funziona molto in base a questo.